"Bambole Russe", di Cedric Klapisch

A volte ritornano. Cinque anni dopo l’Appartamento Spagnolo ritroviamo Xavier, trentenne, aspirante scrittore, incallito affabulatore, giornalista saltuario, negro e sceneggiatore di serie televisive grondanti ingenuità sentimentali alle prese con la prova più difficile della sua vita: immaginare, scrivere e, forse, vivere, una storia d’amore semplice e normale. Allergico a qualsiasi forma d’impegno – l’avevamo lasciato single, e la situazione non è cambiata – allacciare relazioni senza conseguenze è diventato non solo uno stile di vita, ma un automatismo incontrollabile, c’est à dire, l’altra faccia della nevrosi. Xavier vive diviso; tra la madre, l’amica omosessuale, (Cécile de France, imperdibile nella scena in cui si atteggia a fidanzatina modello davanti al nonno di Xavier) la sua ex (una Audrey Tautou travolgente, nonostante il ruolo secondario), e le amanti che si moltiplicano in una serie infinita, come bambole russe, le matrioske, per l’appunto. La sua vita professionale è divisa, tra i lavori necessari per vivere – televisione, giornale – e il sogno di un romanzo. Diviso è anche lo schermo, che spesso si spezza in minuscoli frame, distribuendo immagini e identità in un luogo comune e inafferrabile, metafora della coscienza e del mondo. E il mondo, con le sue sirene e delusioni, torna a pesare sulla storia, come già nell’Appartamento spagnolo, anche se qui relegato al ruolo di ‘deus ex-machina’. Prima sul punto di essere scaricato, poi inglobato nel magico universo delle co-produzioni, Xavier ottiene dalla televisione parigina per cui lavora di essere coinvolto nella stesura della sceneggiatura inglese grazie alla conoscenza della lingua. Viene mandato a Londra, a lavorare in stretto contatto con una vecchia conoscenza: Wendy (la ragazzina che nell’episodio precedente costringeva tutti i coinquilini a mentire e scapicollarsi per coprire agli occhi del ‘boyfriend’ i suoi tradimenti), qui più confusa che mai. O forse no. Perché alla fine, quando s’innamora, s’innamora, ed è, se non proprio il matrimonio, l’idea del matrimonio, del ‘mettere la testa a posto’ che domina le ultime scene, complice una San Pietroburgo illuminata dal tramonto. Klapisch commette l’errore, già evidente nel film precedente, di promettere fuochi e fiamme con inizi destabilizzanti e coscienze allo sbando per rinsavire più o meno a metà e riconnettere il tutto in un lieto fine non molto distante dalle risoluzioni televisive cui si deve piegare Xavier. L’ambizione di rispecchiare l’effetto e le conseguenze della globalizzazione diventa una semplice custodia, bolla di sapone che scoppia nel momento in cui la sala s’illumina. Il sospetto è che la sperimentazione altro non sia che il prodotto di uno spirito giocoso, ma che quello di Klapisch resti un cinema innocuo, ‘politically correct’, che rappresenta un’umanità anarchica ma giudiziosa, un mondo confuso ma benevolo, un cinema che finge di ‘osare’ strizzando l’occhio, quando non addirittura sottomettendosi, alla tradizione, (rigorosamente francese: con gag alla Renè Clair, strascichi di Monsieur Hulot nelle movenze dei personaggi e nostalgie truffatiane col sogno, neanche troppo nascosto, di ripetere una saga stile ‘Antoine Doinel’). Kelly Reilly dichiara: “Cédric sa far affiorare la freschezza e la magia di una scena. Poi, ogni idea flirta tra il riso è l’emozione. È una dote rara…”. Vero, ma dunque, eccoci, cinque anni dopo, in una bella rimpatriata che s’iscrive nel genere della commedia tout court e che solo in virtù di questo codice diventa specchio del nostro tempo.

Titolo Originale: Les Poupees Russes

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Regia: Cedric Klapish

Interpreti: Romain Duris, Cecilie De France, Audrey Tatou, Kelly Reilly, Kevin Bishop

Distribuzione: Bim

Durata: 123’

Origine: Francia/Gran Bretagna, 2005