BEEF – Lo scontro, di Hikari

La serie Netflix aggiorna il duel spielberghiano e racconta due mondi opposti e complementari dove la comicità cringe conquista e non lascia scampo. Con la stand-up comedian Ali Wong

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1971. Deserto del Mojave. Un misterioso personaggio alla guida di un camion comincia ad inseguire un’auto rossa. La caccia al volante, cult e impareggiabile, è punto di partenza della serie Netflix Beef, Lo scontro. Dieci episodi che si agitano tra gli incontri e i disincontri di due personaggi che, nonostante siano agli antipodi, hanno molto più in comune di quanto non si possa pensare. Diretto da Hikari, che aveva già affrontato magistralmente il senso di solitudine in 37 Seconds, il prodotto Netflix è firmato A24.

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Danny Cho (Steven Yeun) ha una piccola azienda di riparazioni. All’uscita dal parcheggio evita per poco di scontrarsi con un suv bianco che non gli perdona la svista. Comincia così un inseguimento tra le strade di Los Angeles (non lontano dal deserto del Mojave) dove, questa volta, la misteriosa figura alla guida non è da seminare ma da raggiungere.

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Si potrebbe definire una storia d’amore tra psicopatici; una veloce escalation sulla perdita di controllo nell’era post covid; più precisamente, un ritratto dell’America che mostra il rapporto di sfruttamento tra classi sociali dove, paradossalmente, nessuno esce vincente.

Alla guida del suv bianco c’è una donna, Amy Lau (interpretata dalla stand-up comedian Ali Wong); imprenditrice che sta aspettando di chiudere un affare per diventare milionaria grazie al suo negozio modaiolo di piante.

Non è poi così diversa da come potremmo immaginarci il conducente del camion di Duel: Amy si masturba con la pistola, tradisce il marito, vandalizza l’auto del suo nemico (l’impresario Danny Cho) e intende distruggerlo. È una donna che ha tutto, e vuole impossessarsi di quel poco che ha Danny, che, oltre a debiti e una famiglia da mantenere, non ha molto.

È proprio questo conflitto, reso esteticamente da volumi e spazi, dimenandosi tra il troppo e il niente, che diventa centrale alla narrazione, dove l’arte diventa personaggio a sé. “The negative space: the interplay between void and substance.” (Lo spazio negativo: l’interazione tra il vuoto e la sostanza.)

A interrompere lo scontro d’inizio sono i titoli d’apertura, con un quadro che, accompagnato da una musica composta da note guerrafondaie unite ad un ronzio allarmante, illustra i diversi piani di lettura della narrazione. Il Banco di macelleria di Peter Aertsen: natura morta che nasconde l’azione biblica che si svolge dietro le carni, realisticamente ritratte in primo piano. Il sacro e il profano. Oltre al gioco di parole intraducibile (Beef in inglese significa carne di manzo ma nello slang acquista il significato di “disputa”), l’opera del rinascimento fiammingo inquadra le ricchezze economiche, e insieme cela l’azione, un presagio di pericolo, un tentativo di fuga. Presagio che, così come i corvi, la cui presenza si fa sentire in quasi ogni episodio, manifesta il valore effimero dei piaceri e della vita umana – memento mori.

La vanità, alla quale Amy ambisce, sempre restandone esclusa; il suo passato non le permette di godersi la pizza di funghi – senza impasto – proposta alla sontuosa cena dell’élite d’arte, servita in un piatto la cui “architettura” ricorda la struttura in plexiglass di David Medalla, i Cloud Canyons, opera che contrappone l’incorporeità delle nuvole all’imponente staticità dei canyon.

Una cena d’aria affiancata all’abbuffata di Danny che, solo sulle montagne, ingurgita chicken burger fino a sentirsi male, mentre chiama agenzie immobiliari in disperata ricerca di un mutuo.

Sia Amy sia Danny soffrono di una condizione che non vogliono definire “depressione”; sentono il suolo alla gola; un’ineffabile emozione resa dall’offuscata immagine della terra: la mancata accettazione del sé.

Ed è proprio nella terra che i due si ritroveranno, entrambi sconfitti ma entrambi vittoriosi, perché, finalmente, al ronzio meccanico si sostituisce il suono delle loro risate.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6
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Il voto dei lettori
4.33 (3 voti)
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