#Berlinale2017 – Pokot (Spoor), di Agnieszka Holland

La signora Duszejko vive nella foresta, ai margini di una cittadina polacca, al confine con la Repubblica Ceca. Vita al limite, dunque, sempre sul crinale tra due mondi e due sfere di spiriti, quelli delle motagne e quelli delle città. In effetti, la Duszejko, appassionata di astrologia, riesce a cogliere i destini delle persone a partire dalla loro data di nascita, e sa leggerne il passato con la sensibilità dello sguardo. Ma il punto non è questo. Il fatto è che le attività principali della città sono la caccia e il commercio di pelli. Mentre la Duszejko, donna libera e forte, è una sincera e fervente amante degli animali, che considera alla pari degli esseri umani. Perciò porta avanti con forza le sue idee e lotta con ogni mezzo contro la brutalità dei cacciatori. Trovando legami e inaspettate alleanze con alcune persone, solitarie e bizzarre…

 

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Si procede per spiazzamenti e deviazioni. Con Spoor, la Holland dà fondo a quella visceralità densa, quella tensione all’irrazionale, che spesso ha attraversato il suo cinema. Se però, altrove, questa componente era tenuta a freno, come addomesticata da una forma che non permetteva di andare oltre il livello della superificie, sopra o sotto, qui si espande a dismisura, fino a far sbandare il film in una serie di suggestioni e variabili fuori controllo. Sì, c’è un testo di riferimento, un romanzo di Olga Tokarczuk. E ci sono le questioni ambientaliste ed ecologiste, che diventano quasi le basi di un discorso a tesi, con tutti i discutibilissimi risvolti del plot, che piega a poco a poco la sua oscurità apocalittica in una serie di segni (del resto spoor vuol dire traccia, orma, impronta), nella predizione di un nuovo regno millenario, una new age di armonia tra l’uomo e la natura…

 

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spoor1Ma l’ironia viene prima di tutto, destabilizzando le apparenze. E il fascino di questo film di animali, più che animalista, sta proprio nel suo movimento impazzito, che come un vortice risucchia e rilancia tutte le traiettorie narrative, le ipotesi di genere, gli umori, i riferimenti reali o leggendari. Qui la precisione della tassonomia, che dà un nome a tutte le cose ed espande le sue strutture, griglie e tabelle sul mondo, convive con il mistero della credenza popolare, dove il tempo si scontorna e il fantastico mescola meraviglie e orrori. Qui l’etologia, l’entomologia e l’astrologia hanno pari valore nel descrivere l’andamento delle cose. E l’immagine piena, “reale” della fauna delle foreste, che sembra quasi mimare un’idea di documentario, si confonde con la visione interiore, quella di un oracolo o di uno sciamano, che attraversa con lo sguardo tutto lo spazio aperto tra il passato e il futuro. Ci sono echi generazionali (il ’68, i figli dei fiori, le canne, la musica) e i frammenti di miti remoti e lontani. Mentre i toni neri del thriller, che quasi lambisce l’horror sovrannaturale, si riversano continuamente nella commedia, in tutto l’arco che va dal nonsense al sentimentale. Come si fa a tener in piedi tutto questo? Semplicemente accettando l’impossibilità di far quadrare del tutto il cerchio, nonostante la chiusura della trama. E ammettendo la vitalità della disfunzione. A cominciare da quella puramente narrativa dei personaggi: sia i secondari, sia la stessa Duszejko, che si trasforma incessantemente davanti ai nostri occhi. E gioca, in fondo proprio come la Holland, che pur mantenendo sempre un’inquietudine violenta, si concede la libertà di cambiare più volte strada. E di far apparire e scomparire le cose, le persone, le tracce. Come una maga.