#Berlinale68 – Profile, di Timur Bekmambetov

Il nuovo Profile di Bekmambetov, il “Besson kazako”, dimostra che la sua ossessione recente per i cosiddetti nuovi media non vuole accennare a smorzarsi: il film infatti recupera l’espediente di una sua ultima produzione, l’horror Unfriended tutto girato sul desktop della protagonista, e volendo chiude una trilogia di POV potenziati con l’esperimento videoludico di Hardcore Henry, di cui Timur era ancora produttore.
Realizzare un’intera opera usufrendo unicamente di videochiamate skype, screenshot di chat sui social, video e canzoni che partono sui vari player come inserti e soundtrack “a vista”, non è ovviamente una novità o una pratica attinente oramai al canone sperimentale, quanto un espediente sdoganato già almeno da prodotti televisivi come l’irrinunciabile Catfish di Mtv.
Se il web porta con sè un’anima innata profondamente narrativa, la buona notizia è insomma che abbiamo tutte le possibilità per poter costruire le nostre storie per immagini muovendo unicamente il cursore del mouse e le varie finestre sul monitor, dato che pare divertirsi un mondo a farlo anche un asso del blockbuster apolide come Bekmambetov, fino ad ora fissato con il fantasy-horror e con l’action duro e puro.

La struttura, il cui riferimento più corretto da accostare – per ritmo e pura gestione del quadro – è il linguaggio dei tutorial sui sofware di cui è piena youtube – non è una trovata gratuita ma il trasferimento di quanto accaduto alla reporter francese Anna Erelle nel 2014, quando attraverso un account fake di facebook riuscì ad essere contattata da un reclutatore di donne per l’ISIS. La giornalista (di cui Erelle è uno pseudonimo) ha poi raccontato la sua avventura nel romanzo Nella testa di una jihadista, da cui Bekmambetov prende spunto per il suo film, il che è già un aspetto interessante, la parola scritta ritorna così all’essenzialità del codice binario, dopo aver fatto il processo inverso, dallo schermo alla carta.
In ogni caso, il film cambia nazionalità alla protagonista, che diventa la freelance inglese Amy, e per il resto affronta l’equivalente processo di avvicinamento, suggestione psicologica e fascinazione della protagonista per Bilel, combattente dello Stato Islamico che promette di farla arrivare in Siria, sposarla e andare a vivere in un’enorme magione con mille stanze per i futuri bambini – kalashnikov in dote assicurato.

Tour de force straordinario per i due interpreti a distanza Valene Kane e Shazad Latif, ad un certo punto il film sembra davvero una commedia romantica su di un corteggiamento e innamoramento via lan, Amy non è più in grado di essere lucida riguardo ai propri sentimenti per Bilel, e l’uomo sembra sinceramente “preso” dalla storia.
Ecco, il senso di Profile è innanzitutto quello della facilità con cui l’incubo ad aria digitalizzata possa entrare nelle nostre vite e sconvolgere l’intera nostra percezione del mondo, attraverso una semplice connessione internet (la prima vera arma di conquista degli hacker dell’ISIS): peccato che, per amore di sceneggiatura, Bekmambetov inserisca la sottotrama della storia d’amore in crisi tra Amy e il compagno Matthew, volta chiaramente a sottolineare la volontà della protagonista di scappare verso una nuova vita e dunque gettarsi nelle confortevoli promesse di Bilel, ma alla fine dei conti solo un raddoppio inutilmente ridondante.