Big Eyes, di Tim Burton

Big Eyes, di Tim BurtonQuelli dipinti da Margaret Keane non possono che essere i Grandi Occhi di Tim Burton sul mondo. Il film inizia dall’iride di una bambina dipinta, fuoriesce da uno sguardo puro che si fa opera e poi subito copia indistinguibile. È già una rotativa che serializza il cinema e lo serigrafa, come certifica la citazione iniziale di Andy Warhol che ci immerge immediatamente nell’atmosfera pop di questo Big Eyes. La storia è risaputa: siamo nella San Francisco degli anni '50; una giovane pittrice e madre divorziata (la sempre più efficace Amy Adams) dipinge con passione bambini dagli occhioni sproporzionati; poi il nuovo matrimonio con un presunto pittore di scuola francese (un Christoph Waltz che tenta movenze alla Jerry Lewis) che fiuta l’affare e si spaccia per l’artista di famiglia “perché le donne pittrici non sono credibili”; infine il successo enorme di quel brand e i dubbi identitari di lei che mettono a repentaglio l’impero economico.

Amy Adams e Christph Waltz in Big EyesMa chi è veramente questa Margaret Keane? Partiamo da qui: ci troviamo di fronte al secondo film biografico firmato da Burton dopo Ed Wood, sceneggiato guarda caso dagli stessi Scott Alexander e Larry Karaszewski, che come allora danno vita a un’opera produttivamente “piccola piccola”, solo dieci milioni di budget, rinunciando a tutto l’inconfondibile e usuale apparato effettistico del cineasta. Nel contempo Margaret è l’ennesimo personaggio ingenuo e naif della “galleria” burtoniana, un’anima pura che oppone la sua intima alterità come fragile barriera verso un mondo che le impone scelte obbligate. L’arte è di nuovo il felice rifugio dove stabilire le “emozional connected” necessarie per vivere: e allora la firma è importante, l’identità dietro quegli occhi diventa la vita, Margaret non può tollerare a lungo che se ne impossessi Walter per puro spirito imprenditoriale. Lui, del resto, non ha talento artistico ma è un formidabile bugiardo-narratore (un regista? Beh, si sta parlando decisamente di cinema qui, tra arte e commercio) che crea il Mito e serializza il successo: come se il Frank Abagnale di Catch Me If You Can incontrasse Ed Wood e ne proiettasse le “qualità” alla conquista del mondo. Il ragionamento sugli anni ’50 e '60 come culla dell’arte moderna, pertanto, è coltissimo: Burton marca, riproduce e serializza i segni di un’epoca (persino i Campbell’s Tomato Soap warholiani) riproducendoli oggi come se il cinema di Douglas Sirk o i quadri di Norman Rockwell venissero filtrati affettuosamente dall’universo parallelo della sognante Peggy Sue di Coppola.

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Tim Burton e Amy Adams sul set di Big EyesEcco: ciò che colpisce di questo film così programmaticamente piccolo è proprio l’anacronistica semplicità e linearità, di narrazione e di messa in scena. Burton rinuncia consapevolmente ad ogni orpello barocco e tiene incredibilmente a bada ogni slancio immaginifico alla Dark Shadows, solo per distillare il suo cinema in un singolo percorso di “redenzione”. Ed Wood e Big Eyes, allora, sono film intimamente personali perché disegnano il controcampo umanissimo di ogni altro “quadro” burtoniano: sono film (auto)biografici perché raccontano il sentimento che c’è dietro uno sguardo divenuto talmente “popolare” da conquistare il mondo. Gli occhi di Margaret Keane diventano in un istante i big eyes di Frankeweenie e Jack Skeletron, di Beetlejuise e Edward mani di forbice, degli alieni di Mars Attacks e di Ed Bloom, ossia quelli di un cineasta ormai irrimediabilmente “adulto” che lotta ancora per restare “bambino” guadagnandosi piccoli e preziosi istanti di emozional connected con le sue immagini. E firmando nel 2014 un film minore eppure bellissimo. “Io posso dipingere solo ciò che conosco”, continua a ripetere la dolce Amy Adams: solo i big eyes di Tim Burton sul mondo.

Titolo Originale: id.

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Regia: Tim Burton

Interpreti: Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Jason Schwartzman, Terence Stamp, Krysten Ritter, Jon Polito

Origine: Usa, 2014

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 104'