Blog DIGIMON(DI) – Il ritorno del Set (e del Campo Lungo): Mad Max Fury Road

Cinema che guarda al futuro ma con occhio attento al passato, riportando nella realizzazione del film i corpi dentro la verità dello scenario, nelle linee orizzontali e verticali della materialità di un set reale.

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“Quando vediamo Max appeso a testa in giù tra due veicoli, quello è Tom Hardy. Quando Furiosa si aggrappa a lui, quella è Charlize Theron aggrappata a Tom. E quando vediamo Nux arrampicarsi sul cofano di un veicolo, quello è Nicholas Hoult”

George Miller

Sarà perché John Seale – il Direttore della Fotografia di Mad Max – “ha lavorato per la prima volta con le macchine digitali”, oppure perché il regista George Miller si è innamorato dell’Edge Arm perché con quello strumento “ti trovi al centro dell’azione e operi come un videogame”, oppure perché hanno usato fotografie scattate da un drone e il software PhotoScan per creare modelli 3D del deserto della Namibia dove è stato girato il film… non lo so ma questo ritorno di Miller sulla sua serie di trent’anni fa, ha un forte profumo di un prezioso mix tra il vecchio e il nuovo, tra come si faceva cinema prima dell’avvento del digitale, e come lo si fa oggi.

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E’ la “realtà” quella che sembra emergere dalle immagini di Mad Max Fury Road, e lo scriviamo tra virgolette perché…chissà quale è oggi, davvero, la realtà.  Ma tutto il film di Miller, “una sinfonia pazzesca tra Sid Vicious e Wagner. Davvero un blockbuster australe e punk” per dirla con le parole di Carlo Valeri, sembra incredibilmente girato “dal vero” e ogni cosa che vediamo ci appare come un corpo, un oggetto, un luogo “realmente esistente”, che certo ha avuto i suoi “maquillage” postproduttivi, ma che comunque era parte integrante del set fisico dove è stato girato il film.

Puo’ sembrare strano parlare di “realismo” nei confronti di un prodotto hollywoodiano di Fantascienza, ma oggi è una rarità che un film del genere sia girato materialmente nei set, con corpi veri, macchine vere, deserti veri…

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Oggi siamo abituati alla ricostruzione totale dei set, alla sparizione del set, sostituita dall’ingresso di macchinari leggeri e pesanti che spingono la realizzazione cinematografica (e relativa interpretazione degli attori) sempre più verso un lavoro di immaginazione, perché gran parte del lavoro verrà poi fatto in postproduzione.

Miller no. Non che non si affidi alle tecnologie e al digitale, ma lo fa mantenendo il “controllo del set”, riportando nella realizzazione del film i corpi dentro la verità dello scenario, dentro le linee orizzontali e verticali della materialità di un set reale.

E non è per niente un caso che, nello scegliere questo approccio rètro – ma mixato con l’utilizzo delle tecnologie del presente – che il Mad Max del XXI secolo sia uno dei film fantastici con il maggior numero di campi lunghi di questi anni, neanche fossimo tornati al cinemascope dei western Anni Cinquanta.

Ecco, qui di seguito, alcuni fotogrammi del film, che illustrano con chiarezza come l’attenzione di Miller sia certo per i suoi protagonisti (la sua capacità di “creare opere enormi che conservano una dimensione molto intima”, come dice l’attore Nicholas Hoult che ad un certo punto è protagonista di un magnifico mèlo di 5 minuti tutto girato in primi piani sugli attori), ma che il paesaggio, il contesto postfuturista in cui sono collocati, è il vero coprotagonista della storia.

Cinema che guarda al futuro ma con occhio attento al passato: George Miller è del 1945, John Seale del 1942, sono quindi dei fantastici settantenni (insieme a Michael Mann) coloro che ci restituiscono un curioso, nuovo e vecchio, cinema umanista. Dove l’umano è cambiato, ma l’occhio che lo guarda non ha perso la sua meravigliosa e unica “soggettività”.

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