Blog NET NEUTRALITY – Rafa Nadal, un giorno sarò Re (ma non ancora…)

Nadal non è l’atleta del futuro, semmai è l’atleta del presente/assente, un’irripetibile massa concentrata sull’esecuzione, ma nemmeno così disinvolto da rendere il tutto una semplice routine

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Arrivato a 21 Grand Slam (record assoluto), a 35 anni, vincendo l’Australian Open il 30 gennaio 2022, sotto di due set, ribaltando l’incontro, di ritorno da sei mesi di stop per infortunio, questo è un pezzo che possibilmente andrebbe pubblicato prima del Roland Garros, prossimo Slam, con record ritoccabile e da aggiornare ulteriormente, perché Rafa Nadal non si schioda, è appiccicoso e così anche il tennis è appiccicoso. “King of Clay” (Re della terra rossa), a Parigi 105 vittorie e soltanto 3 sconfitte in tutta la carriera, “Re Sole del Tennis”, unico atleta ad essere stato n° 1 del ranking nel corso di tre decenni diversi. Non si schioda, anche se, a fine incontro, contro il russo dei vizi Daniil Medvedev, durante la premiazione, nell’attesa di ricevere la coppa, ha chiesto una sedia, esausto e sfinito, una sedia che lui probabilmente non pensa potrà essere il suo trono definitivo, mai spodestabile, davvero ineguagliabile. Si diceva, il problema di fondo, da cui discendono tutti gli altri sport, è che il gioco del tennis in sé non si lascia quasi mai raccontare. I colpi si possono descrivere, le partite ricostruire, le crisi o gli stati di grazia evocare, ma l’elemento che lega tutto, e senza il quale il resto non ha senso, la meravigliosa fluidità che rende questa danza con una palla diversa da qualsiasi altro sport, si sottrae alle parole. E, sorpresa, anche alle immagini.
I film sul tennis finiscono per concentrarsi sui crucci dei giocatori in quiete, quasi sempre approssimativamente romanzati, col raro e piuttosto imbarazzante stacco di qualche scambio interpretato da evidenti professionisti, perfettamente riconoscibili anche di spalle. Il tennis è decisamente un gioco buffo, o strambo, o come vi pare. Mentre una partita di calcio si riassume abbastanza facilmente in cinque o sei azioni, una partita di tennis è fatta di decine e decine di punti, che si staccano dalla memoria come lo sporco che miracolosamente spariva dagli indumenti nelle pubblicità anni ’80-’90 sui detersivi. Sia per chi la gioca che per chi la guarda, si trasforma dal vivo in una centrifuga di frammenti incompleti, male assemblati e in molti casi incomprensibili, in una poltiglia visiva da cui, non sempre con una ragione evidente, si stacca a volte un particolare anche troppo nitido. Solo, che è quel particolare a rimanere in testa, ed è su quel particolare che rischia di accanirsi, a volte per anni, il tentativo di dare un senso a due o tre ore che forse non ce l’hanno nemmeno avuto.
Allora Nadal mi ricorda un automa che all’improvviso è esploso di taglia, uscito da I gemelli di Ivan Reitman, che ha sempre più segnato il suo cammino, di tic e tac, come un orologio che non perde un battito del cuore, e soprattutto non conosce una battuta di arresto. Dunque il tennis è un nocciolo di follia e di mistero per certi versi tenuti a bada, per altri versi direttamente espressi, da un sistema di regole e da un punteggio pensati per tenere alla larga il cosiddetto mondo reale. E poi Nadal, che sembra vivere sempre lo stesso giorno, la stessa ora, lo stesso colpo, lo stesso attimo in un eterno loop rovesciato a due mani o toppato all’estremo, fino a tendere le corde all’infinito. Ma questo è davvero l’immagine di un corpo del tutto meccanizzato? O piuttosto dell’insinuarsi, anche nel filmare come gesto sportivo, di una dimensione sfuggente, che non può essere ritrovata negli atti di un operaio? Da che cosa dipende quel margine di differenza che modifica il gesto, il suo andamento, il suo ritmo, e di conseguenza il suo risultato? Dipende da un’intuizione del suo corpo, una sensazione, una scommessa: le stesse capacità attraverso cui Nadal spera di vincere la sfida con la macchina del tempo. Una vera e propria proliferazione di tic, manierismi che frantumano anche i più semplici movimenti corporei, come pura medialità, pura esposizione di un mezzo senza fine.

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Nadal non è fatto da colpi ma da gesti, proprio come il cinema. Attraversa il campo, tra un game e l’altro, seguendo le linee del campo, attento a non calpestarle, scorrendo sul codice binario, lo stesso codice alla base di ogni attività. Il gesto è la sua cellula, per questo il suo tennis compie, già con il proprio linguaggio, un capillare lavoro di riabilitazione dei frammenti del movimento umano. Anche quando Nadal non compie gesti e sta ad una certa distanza da noi, la sua semplice presenza nello spazio trasmette qualcosa: l’impronta generale di uno stile, distillato di un modo di essere e di stare. Quando Nadal è in movimento, il suo modo di porsi si nota a stento; serve un istante di immobilità, un momento in cui i gesti che hanno ingarbugliato lo spazio attorno a lui si placano e lasciano emergere un’attitudine che li riassorbe tutti, esprimendo un equilibrio insieme fisico e psicologico. Nadal non è l’atleta del futuro, semmai è l’atleta del presente/assente, un’irripetibile massa concentrata sull’esecuzione, ma nemmeno così disinvolto da rendere il tutto una semplice routine. Allora se da un lato la meccanizzazione è una catastrofe nel momento in cui incanala troppo rigidamente il gesto, assottigliando il margine della sua immaginabilità, dall’altro Nadal esprime, come pochi ancora in circolazione, la forma plastica di uno stato d’animo, la tonalità ritmica della propria espressività in barba al puerile ed inesorabilmente inattuale estetismo.

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Sentieriselvaggi21st #11: JONAS CARPIGNANO La nuova frontiera del cinema italiano

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