Caffè, di Cristiano Bortone

“Il caffè è un dono di Dio, ci serve per ricordare di vivere secondo le sue regole“. E’ su questa massima, pronunciata all’inizio da uno dei protagonisti, che si sviluppa la narrazione diCaffè, nuova pellicola del ritrovato Cristiano Bortone. Tornato ad un cinema più personale, dopo la parentesi comedy con la coppia Salemme – Willwoosh e lo “scippo” del suo Moana, il regista sceglie di raccontare tre storie, in tre posti diversi, legate tra loro, guardando ai modelli narrativi di Crash e, soprattutto, Babel. Come le pellicole di Haggis e Inarritu, anche qui, i tasselli di questo puzzle sono tenuti insieme da un filo conduttore, da un comune senso della disperazione, che unisce persone e situazioni lontane. Il caffè del titolo, evocato nelle piccole storie, assume, quindi, la funzione di semplice contatto, utile, attraverso un simbolismo alquanto scontato (il gusto amaro come metafora della difficoltà del vivere) a rendere “fratelli di sventura” i personaggi del film.

La pellicola, nel suo desiderio di fotografare un’universale e comune situazione di disagio, tende a sottolineare, con ingenua dedizione, temi quanto mai scontati, come l’emarginazione degli immigrati o la nostalgia per un passato ideale di diritti e serenità sociale (declamato, con ardore e follia, da uno straripante Ennio Fantastichini). L’idea di usare il caffè come minimo comune multiplo di questa operazione narrativa, sulla carta, è interessante. La bontà della scelta è testimoniata da tanti piccoli, affascinanti e riusciti, dettagli (l’ambientazione triestina, i riferimenti puntuali al mercato del caffè) disseminati nella pellicola. Purtroppo, al di là della felice intuizione, non c’è molto. Pur nella sua effimera originalità iniziale, Caffè non diventa mai un’opera marcata, una trama con una sua riconoscibile e forte personalità. Le ottime intenzioni di Bortone, la sua ammirevole ambizione narrativa, si scontrano con la fragilità di una storia talmente costretta da rendere inesplose le proprie potenzialità.

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