CANNES 65 – Incontro con Walter Salles

walter sallesJack Kerouac visto attraverso gli occhi di Walter Salles. Il regista brasiliano di Central do Brasil e I diari di una motocicletta torna al Festiva di Cannes per la terza volta e presenta in concorso l’adattamento cinematografico del manifesto della Beat generation, On The Road. Il film di Salles è stato prodotto da Francis Ford Coppola, che vede finalmente realizzato un progetto lasciato nel cassetto per oltre trent’anni
 
 
Ci può parlare del viaggio di On the Road?
Abbiamo fatto centinaia di chilometri per girare questo film. E tutta questa strada è servita a catturare l’ultima frontiera descritta da Kerouac nel suo libro. Prima di iniziare le riprese abbiamo c’è stato un lunghissimo lavoro di ricerca. Inizialmente avevo proposto a Roman Coppola, che ha prodotto On the road, di realizzare un documentario, che poi è diventato un film. Per cinque anni ho ripercorso avanti e indietro la strada di On the road grazie alle interviste fatte alle persone sono ancora vive descritte nel libro. Persone che hanno definitivamente cambiato la visione culturale non solo americana, ma di tutto il mondo. Abbiamo anche intervistato personaggi che sono stato influenzati dalla Beat Generation, come ad esempio Wim Wenders. Alla fine siamo arrivati a Montreal, dove abbiamo condiviso con il cast il nostro lavoro. A Montreal abbiamo creato una sorta di campo di confronto, dove sono intervenuti anche i parenti dei personaggi raccontati da Kerouac. E qui abbiamo parlato del libro e di come il romanzo di Kerouac fosse un percorso di ricerca, di preparazione a quella che poi è stata definita la Beat Generation. Tutto questo lavoro è stato fondamentale per girare il film. In questo senso On the road è paragonabile a I diari della motocicletta, un film che raccontava una sorta di risveglio sociale e politico. In On the Road ho ripreso un gruppo di giovani che intraprendono un viaggio dalla gioventù all’età adulta e lo fanno andando alla ricerca di uno spazio libero. E’ per questo che si spingono alle frontiere di un paese che in quegli anni, siamo subito dopo la seconda guerra mondiale, era ancora molto chiuso, molto conservativo. Montreal è stato il luogo dove abbiamo potuto studiare e mettere a punto On the Road, anche confrontandoci con altri film, come quelli di Cassavetes, o esplorando la musica, quella di Mingus e di altri classici del jazz. E’ attraverso questi stimoli che abbiamo costruito il film e cercato di dare una tridimensionalità ai personaggi. Non solo abbiamo fatto una ricerca su chi erano veramente questi personaggi, ma anche sul mondo che li circondava e sulla fine di un viaggio chiamato sogno americano. Per molti di noi insomma è stato un lungo viaggio, durato ben otto anni.
 
Ci può parlare dei personaggi di On the Road?
I personaggi raccontati da Kerouac hanno il coraggio di sperimentare tutto sulla loro carne. Ho cercato di raccontarli in questo modo nel mio film, anche perché sono fermamente convinto che l’unico modo di avere una percezione critica del mondo è quello di sperimentarlo in maniera personale. E questo credo sia anche il filo che lega il libro al nostro presente. Gli attori in questo sono stati importantissimi. Viggo Mortensen ad esempio ha fatto un lavoro incredibile sul suo personaggio e questo gli ha permesso di poter improvvisare delle scene magnifiche. Credo che l’improvvisazione, la ricerca della spontaneità sia proprio una delle tracce del libro di Kerouac. Ogni attore di On the Road ha portato sul set elementi che hanno deviato il corso del film, lo hanno arricchito.
 
Nel film si sperimenta un senso di perdita…
Nel film c’è un senso di perdita. Quando parti in viaggio, quando sei sulla strada, più vai distante dal punto di partenza più puoi acquisire consapevolezza di chi sei, di dove vai e alla fine anche di cosa vuoi essere. Ma allo stesso tempo in ogni viaggio perdi anche parti di te stesso. Terminato il libro, ti rendi conto che questo è un racconto sulla fine di un’amicizia, ma senti anche che i personaggi di questo viaggio continueranno a vivere per sempre. In On the Road c’è tutto il dolore dell’esistenza c’è, ma c’è anche la possibilità di trascenderlo attraverso l’arte. Il mio film non solo è la fine del viaggio, la fine di un sogno, ma anche la storia di un libro che è ancora vivo, che continua ad esser letto.