CANNES 66 – “Michael Kohlhaas”, di Arnaud des Pallières (Concorso)

michael kohlhaasTratto dal racconto di Heinrich Von Kleist (il vero poeta tragico tedesco), il film si ispira ad una storia realmente accaduta di un mercante di cavalli, vittima di un ingiustizia, che mette a ferro e fuoco una provincia della Germania, per avere giustizia. Michael Kohlhaas e’ la storia di un uomo che si oppone ai suoi governanti, rappresentando il simbolo della rivolta. Lo stesso Frank Kafka, lo considerava uno dei massimi libri della letteratura tedesca, e la sua lettura avrebbe segnato l’origine del suo desiderio di scrivere.

Aguirre furore di Dio di Herzog, I sette samurai di Kurosawa, Andrej Roublev di Tarkovski. Da questa vicenda avremmo potuto far incontrare tre mostri sacri. In realta’ il regista sembra particolarmente ossessionato dall’inseguirli appunto, da non riuscire totalmente a convincere. L’opera trasposta e’ assai complessa e piena di insidie. Avrebbe potuto essere anche un salto nel vuoto, un tremendo monolite senza vie di fuga. Ma grazie all’interpretazione rigorosa e potente di Mads Mikkelsen e ad una certa padronanza registica nel maneggiare tutto l’apparato naturalistico della location, Michael Kohlhaas trova i suoi punti di forza e la sua ragione d’essere. Il racconto di Von Kleist comportava una condensazione di mondi favolistici, fantastici e una poderosa dose materilistica.

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Michael KohlhaasArnaud des Pallières, in fondo, riesce nell’intento dimostrando di saperci fare, soprattutto nel riuscire ad inquadrare con una luce ammaliante e un uso coinvolgente dei suoni naturali, come il vento, i versi degli animali, in presa diretta. Il viraggio verso il genere western e’ sotteso, proprio perche’ tutti i personaggi (tra gli altri, ci sono Bruno Ganz che interpreta il governatore e Denis Lavant che fa la parte di un predicatore) sono immersi nella natura, tra gli animali (c’e’ anche la scena di una cavalla che partorisce).

Il western pero’ diventa leggenda, mito. Michael Kohlhaas fatica in tal senso, anzi, sembra prigioniero del suo stesso spirito condottiero, perche’ appesantito dalla ricerca a volte ossessiva di pose più che di sincera e incontrollata sete di vendetta prima e agonia dopo.

Film eccessivamente ambizioso, ma certamente intrigante, perche’ assai complesso. In fondo pero’, se di Herzog non c’e’ mai totalmente l’impressione che la natura possa sopraffare l’uomo, di Kurosawa mancano i toni lievi e tragici insieme, di Tarkovski una tensione lirica insita nell’inquadratura, Michael Kohlhaas si pone in totale opposizione anche all’opera di Eric Rohmer, tratta dall’omonimo racconto Il Marchese d’O, perche’ priva (volutamente e/o forzatamente) di quella bramosia di grazia ed eroismo.