CANNES 67 – Sils Maria, di Olivier Assayas (Concorso)

juliette binoche e kristen stewart in sils maria

Non mette in gioco se stesso, la propria vita, come in Qualcosa nell’aria. Ma qui mette in gioco il proprio cinema. Ma la complessità formale non esclude affatto la passionalità di un cineasta che gira da Dio, con la pancia e col cuore prima che con gli occhi, che non ha paura di mettersi sul precipizio in cima alla montagna e filmare. Ed è l’unico regista del futuro ad aver già girato due film muti.

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sils mariaForse Olivier Assayas è l’unico regista del futuro ad aver già girato due film muti. Il primo è Irma Vep, il secondo Sils Maria. Cosa c’entra un film pieno di dialoghi con l’epoca prima del parlato? Niente. E tutto. Nell’uso ricorrente di iphone, i pad, dialoghi in chat, notizie che arrivano in tempo quasi reale (come in un film d’azione statunitense recente, una spece di MI3 di Abrams i cui segni si rintracciano nel momento in cui si parla del primo film hollywoodiano della protagonista sulla Cia, interpretato assieme a Harrison Ford e diretto da Sydney Pollack) c’è un lavoro sulla gestualità dell’attore che potrebbe essere autonoma anche senza l’uso della parola. Solo il corpo come espressione  di una comunicazione che diventa parallela a quella verbale. Ma in più ci sono dei frammenti in bianco e nero con l’immagine delle nuvole in montagna. Filmati tv, pezzo di un documentario o, appunto, archivio del muto? Tutto. Le nuvole che si vedono sono state riprese da uno dei pionieri della fotografia alpina, Arnold Fanck che nel 1924 aveva girato Le phénomène nuageux de Maloja della durata di 14’30’. Non solo un recupero di archivio ma di nuovo un film da girare, indietro però di 90 anni, come nel caso di Les vampires di Louis Feuillade in Irma Vep.

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Maria Enders (Juliette Binoche) aveva raggiunto il successo a 18 anni a teatro con il personaggio di Sigrid nella pièce Maloja Snake, una ragazza ambiziosa che aveva spinto al suicidio una donna adulta, Helena. Dopo 20 anni le viene proposto di riprendere questa rappresentazione sul palcoscenico, ma stavolta deve interpretare invece proprio il ruolo di Helena.

juliette binoche e kristen stewart in sils mariaIl passato, nel cinema di Assayas, è ancora elemento fortemente condizionante sul presente. Non ci si riesce a staccare mai. Perché spinti da un’irrefrenabile nostalgia (L’eau froide, L’heure d’été) o può essere anche un muro verso il presente (Les destinées sentimentales). E c’è ancora un teatro nella parte finale, come nel precedente Qualcosa nell’aria. Del resto è impossibile separare la vita dalla rappresentazione. E Sils Maria gioca potentemente con questa ambiguità soprattutto nelle letture del copione con la sua assistente Valentine (Kristen Stewart in un ruolo che precedentemente era stato pensato per Mia Wasikowska), dove la tensione che si accumula può riguardare il rapporto tra i due personaggi della pièce ma anche tra le due donne. In più Maria vede che le stanno scippando quel personaggio che aveva interpretato da giovane, prima da Valentine e poi dalla giovane attrice Jo-Anna Ellis (Chloë Grace Moretz) che sarà Sigfrid nella nuova versione.

Chloë Grace Moretz in Sils MariaNon mette in gioco se stesso, la propria vita, come in Qualcosa nell’aria. Ma in Sils Maria mette in gioco il proprio cinema. Con quell’astrattismo e la presenza di un bianco magnetico come in Demonlover e Boarding Gate. Ma si spinge ancora oltre filmando ciò che c’è dentro e oltre le nuvole. Precipitando dentro le montagne delle Alpi svizzere dove è ambientato il film. Facendo sentire addosso il vento con uno spirito quasi alla Herzogh, contaminandolo il critico cinematografico che entra ancora in campo con i detour hitchcockiani in sovrimpressione con Valentine alla guida dell’auto.

 

Quello di Sils Maria è un lavoro estremamente profondo sulle mutevoli forme dello sguardo sempre sospeso tra le origini del cinema e il cinema che verrà. Ma la complessità formale non esclude affatto la passionalità di un cineasta che gira da Dio, con la pancia e col cuore prima che con gli occhi, che non ha paura di mettersi sul precipizio e filmare, come in cima alla montagna, per poter scoprire ogni volta sempre qualcosa di nuovo che prima non aveva ancora mai fatto.

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