#Cannes2017 – L’amant double, di François Ozon

Lo specchio che si rompe. L’identità (anche quella di un cinema) che sembra andare in mille pezzi. Ma anche quella che viene messa spesso in discussione nei personaggi del suo cinema. Ancora sul corpo della modella Marine Vacth dopo Giovane e bella. Taglio dei capelli, dettagli sugli occhi che, nelle penetrazione della mdp, rivelano altre dimensioni. Quanto è seduttivo il cinema di Ozon quando si spinge al di là. Così patinato come un De Palma anni ’80. Da dove riprende il tema del doppio rifiltrandolo attraverso Hitchcock (l’inquadratura della scala a spirale all’inizio, che esce da un disegno dei celebri titoli di testa di Saul Bass). Ma anche pieno di mutazioni, di amore e morte, di tracce del passato che tornano a galla.

Chloé è una ragazza fragile di 25 anni che si innamora del suo psicoterapeuta. I due vanno a vivere insieme. Ma ben presto scopre che l’amante le ha nascosto una parte della sua identità.

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l'amant doubleInnanzitutto l’occhio che uccide. Quasi un incubo ad occhi aperti. In un film che ogni volta sembra rinnegare l’inquadratura precedente ma invece è il risultato di un disegno lucidissimo, di una messinscena che delinea delle prospettive precisissime. Con soluzioni come il fuori fuoco del personaggio inquadrato in primo piano e invece i contorni netti della profondità di campo. Chloé in L’amand double, tratto dal romanzo breve di Joyce Carol Oates, danza tra seduzione e inganno e rientra appieno in uno dei personaggi femminili più forti del cinema di Ozon. Come Anna di Frantz, è anche lei a caccia di fantasmi. Ma è anche un cinema ‘vaginale’, anatomico, di una passionalità e una carnalità raggelati. Pieno di un erotismo freddo e selvaggio, che riflette quasi sulle pareti, sulle mura, sugli specchi. Che si spinge inoltre verso le zone del surrealismo di Ricky. L’entrata nell’occhio/vagina appare come una visione folle, libera, post-moderna di Un chien andalou di Buñuel.

Ma ci sono dentro anche tutti i sogni im/possibili di un cinema che rimette ogni volta in dubbio quello che sta filmando. Con i gemelli (strepitoso Jérémie Renier) che possono essere uno la proiezione dell’altro. Divisi ma inseparabili come quelli di Cronenberg, ancora presente nella scena del parto e nello squarcio della carne. Oppure nell’attraversamento di stanze (come quelle delle sedute) che possono improvvisamente restringersi, intersecarsi le linee come nei dipinti di Salvador Dalì. Il corpo può muoversi solo nelle zone oniriche. Come la sinistra vicina di casa, reincarnazione di Simone Signoret. O i gatti imbalsamati, ancora indizi sinistri di un thriller che sprofonda nei cerchi concentrici. Alla Adrian Lyne. L’occhio, ancora, rimane però sempre l’elemento vivo. Quello dei gatti, dei gemelli, di Jacqueline Bisset. E quelli bellissimi della protagonista. Come quelli di Bette Davis. Marine Vacth Eyes. Che potrebbero andare nel nuovo videoclip della bellissima canzone di Kim Carnes. E dopo la Coppola che è fuori quota, in un concorso totalmente sballato come quello di Cannes di quest’anno, la nostra Palma d’oro è questa.

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