#Cannes2018 – Ash Is Purest White, di Jia Zhang-ke

Ci sono almeno tre storie in Ash Is Purest White. La prima, letterale, è la storia d’amore tra Qiao e Bin, che si incontrano nello jianghu, nel mondo fumoso del milieu criminale di una cittadina di provincia, e si inseguono, tra alterne fortune, per oltre quindici anni, tra abbandoni, distanze e disperati ritorni. Ma non si tratta di un amore equilibrato, almeno sul piano strettamente narrativo. Perché il punto di vista emotivo attraverso cui si sviluppa il racconto è soprattutto quello della donna, Qiao, che percorre, nel vero senso della parola, mari e monti, pur di affermare il suo sentimento. O l’idea che ha di esso. Ed in questo senso Ash Is Purest White è un infuocato ritratto femminile, il monumento definitivo innalzato da Jia Zhang-ke all’arte della sua compagna Zhao Tao, che raggiunge livelli di intensità straordinari.

La seconda storia è quella di un paese attraversato nello spazio e nel tempo, nell’arco di trasformazione tumultuosa disegnato dalla Cina a partire dall’inizio del millennio. Con tutto ciò che ne consegue in termini economici e sociali. È da sempre la grande traccia di fondo del cinema di Jia, che anche qui tocca le ventiquattro città del suo mondo, dalle miniere di carbone dello Shanxi delle sue origini agli estremi confini occidentali dello Xinjiang, passando per la natura quasi morta delle Tre Gole. Per incrociare, ancora una volta, il punto d’incidenza del mondo materiale sull’immateriale. Quel momento in cui il disegno progettuale dello spazio e la riallocazione delle risorse (umane) irrompono nel tessuto stesso dei rapporti, ridefinendo le trame degli scambi e dei legami, i sentimenti, le alleanze, le fratellanze, mutando le abitudini, le pratiche, gli immaginari. Secondo la schizofrenia di una doppia tendenza: la selvaggia proliferazione della modernità urbana e la logica arbitraria del funzionalismo di regime, della scansione uniforme degli spazi. Come appare in quella ripresa quasi agghiacciante del drone che si alza sui palazzi tutti uguali di Datong, lungo le traiettorie del GPS.

Ma se davvero Jia Zhang-ke ha sempre raccontato questo scontro tra il mondo e gli individui, allora Ash Is Purest White, viaggiando dal 2002 a oggi, è anche la storia del percorso compiuto nelle modalità e nelle strategie di quel racconto. Quindi è la storia di un regista e del suo sguardo. Ed è questo il salto più vertiginoso compiuto da Jia, quasi alla resa dei conti definitiva con la propria filmografia, con le sue idee di cinema e di mondo. E si tratta, perciò, di un confronto non solo teorico, ma vissuto, viscerale ed emotivo. Condotto lungo le tracce della sua pratica concreta di cineasta e dei suoi piaceri (sconosciuti) di spettatore, di fruitore di storie, immagini e musiche. E non è un caso che l’idea di questo film parta proprio dagli “scarti” di Unknown Pleasures e di Still Life, dall’intuizione di rimettere in gioco le scene riprese e mai montate, di far riemergere i fantasmi dei personaggi passati di Zhao Tao e abitare così di nuovo quei set e quei mondi.  Fino a donar loro un’armonia più vicina ai sogni, ai sensi, ai desideri. E rovesciare così i rapporti tra la materia e l’idea.

Come se fosse allora… Il cinema di allora. Se lo stesso titolo cinese Jiang hu er nv rimanda a un progetto incompiuto del grande Fei Mu, a dominare tutta la prima parte sono i rimandi all’action movie hongkonghese, The Killer di John Woo richiamato in causa dalla canzone Qianzui Yisheng di Sally Yeh, i brevi frammenti di Tragic Hero di Taylor Wong, rivisto dalla confraternita riunita di Bin. L’immagine dello jianghu.  Ma accanto ai film ci sono le canzoni, Sally Yeh, appunto, YMCA dei Village People. Jia Zhang-ke ritrova e rimescola tutto, con sguardo gioioso e commosso al tempo. Ma non è il citazionismo che gli interessa, come fosse un epigono postmoderno. E non è neanche questione di semplice nostalgia, come per tanti suoi coetanei che si scoprono a piangere sulle ceneri di un’immagine che non c’è più. Qui la cenere è il più puro dei bianchi. E i tre movimenti del film, che rimandano alla tripartizione di Mountains May Depart, si diramano in una stratificazione infinita, che emergendo dalle ere geologiche del tempo, arriva alle pratiche del contemporaneo, da google maps ai selfie, dalle note vocali al circuito chiuso della sorveglianza permanente. Fino ad aprire, sul bianco, sulla smarginatura della bassa frequenza, dell’immagine spixelata, le possibilità del futuro. Con semplicità disarmante del suo cinema in perenne trasformazione, Jia Zhang-ke sembra rispondere a distanza a Godard. La sfida si gioca al ribasso, nello sfumare dei contorni del testo, nella perdita delle definizioni. Il cinema è un oggetto smarrito, non identificato, come un UFO. Ma proprio perché in piena libertà, come un sommo atto politico, immagina di trasformare la storia.