#Cannes2018 – Gueule d’ange, di Vanessa Filho

Il colpo di fulmine per Vanessa Filho c’è stato a 13 anni quando ha visto Film Blu di Kieslowski. Era stata attratta dalla complessità della protagonista interpretata da Juliette Binoche e dalla musica di Zbigniew Preisner. E da quel momento ha deciso di voler diventare regista. Forse dalla trilogia di Kieslowski c’è l’ambizione di un cinema dove il dettaglio diventa quasi il segno per disegnare degli atti emozionali. E Gueule d’ange appare carico di un’ambizione smisurata, di una cineasta che mentre filma sembra riguardare narcisisticamente quello che sta facendo. Con la macchina da presa addosso ai personaggi, giochetti di ralenti.

Al centro del film un rapporto madre-figlia. La donna, dopo una serata passata in un locale, se ne va lasciando la figlia sola a se stessa. Ed è forse l’inquieto nomadismo di Elli a caratterizzare un respiro inquieto e disperato. Sul suo volto perso, arrabbiato, spaventato. Dove va sottolineata l’ottima prova della bambina Ayline Aksoi-Etaix. Ma i pochissimi pregi del film finiscono qui. A iniziare da Marion Cotillard che tende a rubare la scena, che amplifica tutti i sentimenti di amore e perdizioni, tutti amplificati da una scrittura appariscente. E poi nella figura di Elli, completamente lasciata a se stessa, che non va più a scuola, sorgono anche delle evidente incongruenze. Non siamo fissati con la sceneggiatura perfetta ma ci si chiede comunque come faccia a sopravvivere. Proprio perchè appare confusionario il lavoro sul tempo. Quello dell’attesa, della speranza, della rinuncia.

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Tutto su (sua) madre. Elli che vaga. Gli sguardi addosso. Gli scatti di rabbia. Tutti i segni di un cinema fintamente arrabbiato, che più urla, più diventa fico. Che manda all’aria una storia e un personaggio potenzialmente esplosivi, quello dell’ex-tuffatore che soffre di cuore e che vive in una roulotte continuamente cercato dalla bambina. In cerca di protezione. I gesti, gli schiaffi, l’amore, gli sguardi. Nel campionario di Guele d’ange non sembra mancare nulla. Soltanto che il risultato è respingente.