C’era una volta Vigata. Apologia di Camilleri (e di Montalbano)

(si consiglia la lettura accompagnata da questo brano)

Dopo quasi vent’anni di onorata carriera sugli schermi televisivi di milioni di italiani, il commissario Montalbano si è guadagnato sul campo la status di eroe nazionalpopolare. Non è un mistero che, forte di un successo che non sembra dover mai svanire (anche le tantissime repliche che si sono susseguite hanno sempre registrato ascolti impressionanti), Le indagini di Montalbano sia il prodotto di punta della televisione di Stato, esportato in tutta Europa e capace di creare una fascinazione generale paragonabile a quella che, con effetti più radicali, ha investito i fan de Il trono di spade. L’iniziativa della Rai di lanciare con C’era una volta Vigata un nuovo sguardo nell’universo narrativo creato da Andrea Camilleri, non solo s’inserisce in un astuto tentativo di franchise televisivo dal sapore americano (operazione già iniziata con le due stagioni de Il giovane Montalbano), ma dà un grande contributo alla diffusione dei romanzi storici dello scrittore siciliano, il cuore del suo messaggio storico-politico.

andrea-camilleriLimitare, infatti, l’opera di Camilleri alle sole, eccellenti, trame gialle di Montalbano, sarebbe uno sbaglio imperdonabile visto la bellezza e l’importanza dei suoi racconti ambientati nel passato. Lo scrittore, infatti, con gli anni, si è dimostrato degno erede di una tradizione narrativa che, sintetizzata dai suoi mille talenti (regista teatrale, storico, giornalista, intellettuale impegnato), lo vede erede di Pirandello, Sciascia e Tomasi di Lampedusa. Esaltati da storici e scrittori impegnati, romanzi come La mossa del cavallo, Il re di Girgenti o La presa di Macallè hanno il merito di rappresentare una Sicilia (e di conseguenza un’Italia) attraversata dai sogni rivoluzionari settecenteschi, dalle disillusioni post-unitarie e dagli orrori farseschi del fascismo.  Le storie assurdamente vere e le trame verosimilmente irreali raccontate dallo scrittore riescono a gettare uno sguardo ironico su momenti tragici del nostro passato e stimolano una riflessione sull’Italia contemporanea ben più profonda di molti saggi con altre presunte ambizioni. La produzione televisiva de La mossa del cavallo, libro costruito interamente sul simbolismo delle differenze linguistiche, apre quindi una strada inedita che, se portata avanti con intelligenza (si parla de La concessione del telefono come prossimo film tv) non potrà che legare ancora di più il pubblico italiano allo sguardo di Andrea Camilleri.

Il momento del commiato tra l’Italia e Montalbano, l’ora di vedere in tv il famigerato la_mossa_del_cavalloRiccardino (l’ultima indagine la cui bozza è già stata consegnata da anni a Sellerio) si sta avvicinando ma è impossibile concepirci orfani di una voce che, prima su carta e poi in televisione, ha saputo dare una svolta ad un pubblico abituato ad altri sapori. Certo, negli anni le avventure del commissario hanno lentamente abbandonato il perfetto equilibrio tra folklore siculo e il nero accecante della cronaca per dare più spazio al lato comico dei racconti o a stonate comparsate di volti televisivi arcinoti, segnando così un leggero abbassamento qualitativo del prodotto (anche se le canzoni in dialetto di Olivia Sellerio, aggiunte di recente, creano vertigini, squarci emotivi). Ciò nonostante, in tutti questi anni, il personaggio Montalbano, retto dalla forza di Luca Zingaretti, non ha mai tradito i suoi affezionati ammiratori. Simbolo di un’ideale Italia giusta, con la sua onestà e con la sua concreta umanità, il commissario si è rivelato più che un investigatore dall’acume eccezionale (tanto in voga in questi tempi), un detective sentimentale, capace di guardare in faccia i dolori, i rancori, gli amori e i sogni di vittime e carnefici, ogni volta pronto a fare la scelta più difficile, mettendosi in gioco sempre, in prima persona. Un modello etico prima che semplice eroe televisivo.