CINEMAFRICA – "Lettre à la prison", di Marc Scialom. Pelle bianca, maschera nera

lettre à la prison di marc scialom
Tra i film presentati nella sezione Cinemalibero della XXVII edizione del festival Il cinema Ritrovato di Bologna, anche Lettre à la prison di Marc Scialom, ebreo di origini italiane, nato a Tunisi nel 1934. Una pellicola dalla storia tormentata, come lo stesso regista ha raccontato durante l’incontro con il pubblico al Cinema Lumière. A cura di www.cinemafrica.org

di Maria Coletti

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Lettre à la prison è certamente una pellicola dalla storia tormentata, come lo stesso regista ha raccontato durante l’incontro con il pubblico al Cinema Lumière, nella sala Mastroianni.

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Realizzato dal regista senza alcun finanziamento, è un film povero, girato con una macchina da presa 16 mm, senza sonoro, avuta in prestito dall’amico Chris Marker. Dopo le riprese, tra Francia e Tunisia (Tunisi, Marsiglia, Parigi), Scialom monta il film clandestinamente, lavorando di notte nel laboratorio della moglie (montatrice fra l’altro proprio di Avoir vingt ans dans les Aurès di René Vautier, anche questo presentato a Cinemalibero) e usando per il sonoro le registrazioni che aveva fatto a parte, ma anche scarti recuperati nel laboratorio di montaggio.

Poi il trauma, la disillusione: il regista fa vedere il film a Marker, a cui però non piace. Da quanto riesce a capire da amici comuni e come Scialom ci racconta oggi, «secondo Marker, il film non era abbastanza politico». Allora il film viene abbandonato in un cassetto e Scialom cambia vita, si occupa di letteratura e di Dante. Sarà solo la curiosità della figlia, anche lei regista, a tirar fuori 40 anni dopo le bobine e a spingere perché il film venisse finalmente visto. Il negativo era andato perduto, per cui si è dovuti partire dall’unica copia positiva sopravvissuta, anche se molto usurata. 

Le complicate vicende biografiche hanno segnato profondamente il regista ma anche il film: come ci ha detto candidamente durante l’incontro, «le sue ferite sono la traccia della sua non-ricezione iniziale». Un trauma, dicevo, che traspare anche nell’incontro con il pubblico. Scialom non parla molto, sembra non conoscere il cinema tunisino che pure in molte occasioni ha raccontato anche il suo passato di ebreo/italiano/tunisino/francese (Ferid Boughedir, Mahmoud Ben Mahmoud), allude ai protagonisti del suo film e insieme alla sua vicenda biografica in Tunisia parlando genericamente di “arabi”. Impasse du cinéma, recita il sottotitolo del libro curato da Silvia Tarquini e Mila Lazic (Marc Scialom. Impasse du cinema: Esilio, memoria, utopia; edizioni Artdigiland). Certo anche impasse dell’autore, una sorta di buco nero, di grumo di vita vissuta, sofferta e rimossa, concretizzata in una pellicola che rimane lì a testimonianza perenne della propria incompiutezza.

Il film è una sorta di condensazione onirica di Peau noire, masques blancs di Frantz Fanon, mentre la storia ruota attorno al tunisino Tahar che arriva in Francia sulle tracce del fratello, in prigione perché accusato dell’omicidio di una donna francese. In realtà non incontrerà mai il fratello, ma altri tunisini immigrati e molte donne francesi.

E a proposito di Tahar Aïbi, il protagonista del film, Scialom ci ha raccontato un particolare illuminante: «Tahar era un operaio tunisino a Parigi, l’ho incontrato nel 1968 ed è diventato un amico. Gli avevo raccontato alcuni miei incubi ricorrenti, come quello della testa mozzata, e lui mi ha rivelato che faceva lo stesso sogno».

Proprio l’immagine del doppio ricorre in tutto il film, in un continuo gioco di specchi che rifrangono all’infinito l’immagine di sé e insieme la infrangono: la maschera bianca che viene spezzata, il cane bianco che viene gettato dal treno, la bambina tunisina con il rossetto sbavato, i diversi volti di donne francesi in cui si imbatte il protagonista, lo spaventapasseri con il turbante bianco, il tunisino che si moltiplica e diventa un gruppo (“les arabes” appunto), pronto alla violenza (a uno stupro? A un omicidio? A una rivolta?). 

Tahar nelle sue peregrinazioni continua a domandarsi cosa significhi essere tunisini, in Francia e nel proprio paese. A cercare il proprio posto nel mondo. Come forse l’ha sempre cercato Scialom.

Lettre à la prison mette in scena una oscillazione continua del punto di vista fra l’io narrante (Tahar), il soggetto dello sguardo (Scialom), il fratello in prigione e lo stesso spettatore. Il film pone continui interrogativi, a se stesso e a chi guarda. In modo anche ambiguo mette il dito nella piaga del tabù per eccellenza della “linea del colore”: il rapporto amoroso e sessuale fra l’uomo nero e la donna bianca. Tahar (e con lui il regista e lo spettatore) continuamente oscilla fra l’assunzione di innocenza o di colpevolezza del fratello, fino a diventare quasi indifferente (e in questo ricorda Lo straniero di Camus) che l’uomo tunisino abbia o non abbia ucciso la donna francese. Un’irresolutezza che affonda nell’inconscio e che sarebbe interessante analizzare anche confortati dagli strumenti offerti dalla etnopsicologia e dalla etnoantropologia.

La perdita dell’innocenza inizia dal primo passo compiuto in terra francese, sembra ricordarci il regista, incapace di ritrovare quel “prima” rimosso e perduto nella propria infanzia/giovinezza in Tunisia, quando arabi, ebrei e musulmani, italiani, tunisini e francesi, e altro ancora, vivevano fianco a fianco, porta a porta. 

Il film rimane a mio avviso un tassello inquietante e vibrante non solo di una cinefilia ritrovata ma anche del paradigma di tutta un’identità in bilico a cavallo del Mediterraneo, fra Africa ed Europa, attraverso le guerre di liberazione e le nuove coscienze postcoloniali, ancora in qualche modo incompiute, tra una riva e l’altra del mare.


articolo a cura di www.cinemafrica.org

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