"Crash – Contatto fisico", di Paul Haggis

Occhi (non solo) per guardare, ma anche per toccare, sfiorare e sentire lo scuotersi delle emozioni, il loro esporsi alla vista, alla vita, alla mobilità stessa degli occhi. Modi di vedere, toccare, sentire che lacerano il velo delle apparenze. Sguardi prensili e smaganti che tornano a ria(ni)mare il mondo. Quello sguardo in cui è racchiusa la magia della vita e del cinema. Crash – Contatto fisico, opera prima di Paul Haggis, sceneggiatore di Million dollar baby e del prossimo film di Clint Eastwood Flags of our Fathers, è un film intessuto di sguardi. Sguardi cinici e malinconici, fragili e delicati, vuoti e disperati, eppure inclassificabili e impossibili da esprimere con le parole. Bisogna perdersi nella scia di questi sguardi per avvertirne e coglierne il senso. Fissarli e lasciarsi fissare, essere coscienti della traccia della loro e della nostra contemplazione. Stare immobili e guardare fisso. Anche in Crash ogni parola è superflua e tutto si avvolge intorno agli sguardi: quelli intensi e pieni di compassione che si scambiano Matt Dillon e Thandie Newton nella sequenza del salvataggio dopo l'incidente, quello spento di Don Cheadle posato sul corpo senza vita del fratello minore, quello velato dalle lacrime di Terrene Howard mentre reclama la propria dignità di uomo, o ancora quello innocente di una bambina che crede a ciò che gli altri non vedono o non possono vedere. Immagini mute, atti di sospensione, scie de-situanti, che ci trasportano altrove, come segni risorgenti, ancora una volta, dal dentro al fuori. Proprio così, perché in questa opera prima si aprono improvvisi squarci, tracce di forme (dis)armoniche che volteggiano alla ricerca di ciò che si può rivelare sulla pelle delle immagini, osmotiche emissioni di aria che aiutano a respirare l'asmatica membrana tattile del nostro sguardo, bagliori luminosi che lasciano trasparire tutto ciò che si vede guardando da dietro le palpebre chiuse. Lo sguardo di Haggis ci invita a peccare, ad inciampare, per poterci redimere, riposizionandoci, ogni volta, rispetto a nuove traiettorie, che ci danno la possibilità di guardare agli altri e al mondo con occhi diversi.

Crash è un mosaico di sguardi infermi e inquieti, nella loro impurità, che si incrociano slabbrando le conteste tessiture emotive dell'esistere e increspando le traiettorie tangenti dei corpi. Un (in)discreto scontrarsi e (re)incontrarsi che lascia rivivere gli altri nella smerigliante e riflessiva fragilità del proprio sguardo e, perché no, nella sua stessa fallibilità emotiva. Dopotutto l'essenza del cinema è espressa dall'umbratile e desiderante materialità di quel sottile tessuto di immagini che riflette sentimenti ed emozioni, amori e odi, vita e morte, quel groviglio impalpabile di sensazioni che emergono non solo dal profondo e dall'intimo dell'animo, ma che sono riflesse anche dalla mobile e palpitante superficie del corpo. In fondo quello di Haggis è un gesto filmico ripiegato ad ogni immagine nella semplicità, senza piega, di uno scorrere frammentato, accompagnato dal tremolio di improvvisi e abbaglianti fasci di luce che risaltano dalla marginale opacità dell'esistere. Un'equorea, intima deriva dello sguardo, filtrata da translucide superfici, come quei vetri dietro ai quali sono spesso inquadrati i suoi protagonisti, un accenno ad una possibile e desiderante sovrimpressione, che sia un atto d'amore tra le immagini e la vita. Insomma Crash vive degli istanti di un cinema che si raggruma intorno alla continua perdita di equilibrio, ai vuoti improvvisi che completano la narrazione sospendendola e spingendola oltre per eccesso: un abbraccio che redime, un grido sordo di dolore, un pianto disperato che contrae le viscere, e la vita ritorna ad agitarsi come una tela tra i pali dell'attesa, oltre il presunto realismo e la retorica incestuosa delle sequenze che si incrociano, e collidendo con la tensione desiderante e mancante della fluidità temporale di un piano (sequenza) che possa catturarne l'essenza. Forse quello di Haggis è uno sguardo senza estasi, ma a noi viene in mente Jaspers quando scrive: "la purezza dell'anima è la verità dell'esistenza che, nell'esserci, deve osare e addirittura realizzare l'impurità affinché, sentendosi colpevole, possa concepire la realizzazione della purezza come un compito infinito che si snoda nella tensione dell'esserci temporale".

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Titolo originale: Crash
Regia: Paul Haggis
Interpreti: Sandra Bullock, Don Cheadle, Matt Dillon, Brendan Fraser, Terrence Howard, Thandie Newton, Lorette Devine, Jennifer Esposito, Ryan Philippe, Chris "Ludacris" Bridges, Larenz Tate
Distribuzione: Filmauro
Durata: 110'
Origine: USA/Germania, 2004

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