De Gasperi: l’Europa brucia, di Angela Demattè

Attraverso interventi, discorsi e scontri dialettici dello statista italiano, Demattè ne indaga il pensiero fortissimo nella sua Europa oggi politicamente catatonica. Con un superbo Paolo Pierobon

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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In un’Europa rimasta catatonica di fronte ai due maggiori conflitti di questi anni, cosa rimane del pensiero politico di uno dei suoi padri fondatori? O come chiede la figlia del protagonista della pièce agli spettatori con una retorica finalmente intesa in senso classico: “Oggi chi ci dà la forza e la volontà di vivere da europei”? Al Teatro Vascello di Roma fino al 24 Marzo e poi in tour nei teatri italiani, “De Gasperi: l’Europa brucia“, scritto da Angela Demattè e con la regia di Carmelo Rifici è uno spettacolo che nell’epoca del pensiero debolissimo, dei populismi che pescano a casaccio e secondo la convenienza dai codificati sistemi ideologici del Novecento e dell’eterna crisi sovranazionale europea osa quasi l’impossibile: tornare a uno dei riconosciuti ideatori dell’Unione Europea e, allo stesso tempo, primo premier in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale per una riflessione (in)diretta sull’eredità culturale dell’uomo prima che del dirigente. Coproduzione tra Teatro Stabile di Bolzano, LAC Lugano Arte e Cultura, La Fabbrica dell’attore/Teatro Vascello di Roma e Centro Servizi Culturali Santa Chiara, sin dall’incendiario titolo il testo mette l’accento sui pericoli che s’annidano ancora oggi dietro le tante questioni che Alcide De Gasperi, qui interpretato da un ancor più gigantesco Paolo Pierobon, si trovò a dover fronteggiare durante la sua lunga carriera politica. Il palco si apre su una messa in scena sobria, firmata da Daniele Spanò, come naturalmente vuole “la cultura di montagna” del leader della formazione scudocrociata, cresciuto nelle alture triestine alla maniera di “un nobile feudatario di un paese di campagna”, come lo apostroferà poco più tardi Palmiro Togliatti (Emiliano Masala, eccezionale). Nella stanza della sua casa di Sella di Valsugana, alla vigilia del discorso all’Assemblea Costituente a Montecitorio nel 1946 che getterà le fondamenta della legge fondamentale che la vulgata corrente vuole che tutti ci invidino, De Gasperi sta scegliendo insieme all’aiuto della figlia Maria Romana (Livia Rossi) le espressioni più adatte a convincere il consesso degli eletti sulla necessità di unire le forze dopo la disastrosa uscita bellica. De Gasperi: l’Europa brucia parte proprio qui, dal senno dell’eloquio di un leader che pur nella giusta ossessione di dover mettere ordine laddove con la dittatura “parole e uomini erano schierate nel disordine” – “Basta pensare a Mussolini”, sbofonchia perfino la ragazza all’ennesimo strale contro il Nullapensante – nutre incertezze sulla maniera di porsi davanti le altro potenze. Facendo amplissimo ricorso, grazie alla collaborazione con Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, dei discorsi originali del presidente della Democrazia Cristiana enunciati durante alcune delle fasi più importanti e drammatiche della neonata Repubblica, Demattè lascia per quasi tutta la durata dello spettacolo al montaggio di questo archivio il compito di far emergere le inevitabili rifrazioni col presente. In qualche frangente si ha la sensazione che la messe di orazioni avrebbe necessitato di un respiro più ampio, come nel caso del colloquio avvenuto alla vigilia della partenza per gli Usa con Palmiro Togliatti. In questa scena la schematica contrapposizione tra i due politici funziona benissimo quando si tratta di far risaltare gli opposti modi sia di intendere la partecipazione attiva dei cittadini – “Ma le masse sono ancora fasciste” – erompe De Gasperi quando Il Migliore prospetta il loro diretto coinvolgimento nella vita pubblica – sia di rivendicare le proprie appartenenze – il coraggio del primo di potersi scrivere sulla fronte il nome di Gesù Cristo a differenza del secondo che non potrebbe mai vergarsi lo spauracchio Karl Marx – ma che ad un certo punto assume in sè uno spettro argomentativo eccessivamente concentrato ed impossibile da sbrogliare nell’ambito di un solo dialogo.

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Più riuscito e sorprendente in questo senso è invece il successivo confronto con l’ambasciatore statunitense James Clement Dunn (un Giovanni Crippa che passa con genialità dai toni melliflui a quelli scopertamente mefistofelici del nascente Impero a stelle e strisce che rappresenta), anche questo avvenuto sulla soglia di un evento fondamentale per la risalita economica dell’Italia: il Forum del World Affairs Council a Cleveland. De Gasperi qui ripesca i toni questuanti affini alla sua formazione religiosa, consapevolmente responsabile della necessità per il governo che rappresenta di ottenere il fiume di denaro del piano Marshall ma, a differenza di quanto paventato nel dialogo precedente con Togliatti che lo pregava di “non svenderci per un piatto di lenticchie”, dimostra di essere lucidissimo di fronte alle richieste via via più pressanti imposte dal diplomatico. Se l’entrata nella Nato in fondo è una necessità storica che il politico italiano ha il merito di comprendere, è sul perentorio altolà “Fermi quel Mattei, dia retta a me” che si manifesta la lungimiranza a lungo termine del premier. Su un tappeto sonoro che evoca le ammorbanti note iniziali con cui si apriva Il caso Mattei, la minaccia evocata nella splendida tenebra rossastra dal luciferino Dunn riguardo l’accerchiamento delle sette sorelle sul presidente dell’Agip è il contraltare delle immani difficoltà esperite dallo stesso De Gasperi sia in Parlamento che nelle riunioni internazionali per ottenere le migliori condizioni affinché lo “spirito ricostruttivo del popolo italiano merito delle masse” potesse essere libero di esprimersi. De Gasperi: l’Europa brucia ci consegna quindi un protagonista capace di fiammate ideologiche ma allo stesso tempo quasi tenero nella mestizia della rievocazione dei suoi trascorsi sul fronte e dei dubbi che garriscono con più impeto delle tre bandiere che si alternano sul palco perché sospinti da un vento sempre spirante, ovvero quello della complessità. Perché forse il tanto monumentalizzato eroismo di De Gasperi è stato quello di affrontare con umiltà, parola che torna spesso nello spettacolo, proprio la balbuzie istituzionale del nascente sistema democratico pur commettendo tanti passi falsi – su cui il testo giustamente sorvola – senza però perdere mai la bussola etica degna di un beato della nazione e della comunità a cui appartiene che continuano invero a cercare nel passato segni di grandezza che non hanno in questo presente

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