Decision to Leave, di Park Chan-wook

Sulla trama poliziesca si innesta il cuore di un amore drammatico. Ma resta l’impressione di un cinema che svuota la sostanza delle cose nella leziosità della forma. Concorso

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Nei film di Park Chan-wook c’è sempre stata la tendenza a confondere la densità con la tensione superficiale. Cioè a dissolvere la materia emotiva, le questioni profonde nell’esibizione acrobatica dello stile e nelle evoluzioni iperboliche della narrazione, tra colpi di scena e twist improvvisi, sospensioni e esplosioni. In modo da spostare tutto il carico sull’ebbrezza delle strutture. Cinema Luna Park, dove l’esperienza della visione è, innanzitutto, nei virtuosismi e arzigogoli.

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Decision to Leave sembra non fare eccezione, a cominciare dall’ombrosa atmosfera di genere. Il detective Hae-joon, della polizia di Busan, si ritrova a indagare sulla morte di uomo, caduto giù dalla cima di un picco di montagna, durante una scalata. Probabilmente si tratta di suicidio. Ma ricade qualche sospetto sulla moglie di origine cinese, Seo-rae, anche se non ci sono prove concrete. Quando Hae-joon cerca di andare più fondo, resta affascinato dai modi della donna, dalla sua dolcezza e sensibilità.

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Park Chan-wook innesta sulla trama poliziesca un cuore profondamente mélo, che si muove tra gli alti e bassi di un amore irrealizzabile e che trova una sua credibilità grazie soprattutto all’intensità di Tang Wei. Però ne alleggerisce le curvature più aspre e mozzafiato in un tracciato elegante e sinuoso. Non più, dunque, i drastici rovesciamenti e i proverbiali effetti a sorpresa. Ma una serie continua, morbida di chicane, di cambi di direzione e di tono. Che danno vita anche a intervalli ironici, disseminati qua e là per raffreddare i punti di frizione e incandescenza. Persino gli aspetti potenzialmente più torbidi e violenti vengono decantati, addolciti in un tocco più leggero. Park opera per allusioni, indizi, ricostruzioni a freddo. L’azione non è quasi mai in diretta, ma è una visione a posteriori che rimette in riga le tracce e i punti di riferimento. E il racconto del rapporto tra i due protagonisti si concentra sulla superficie dei dettagli e dei gesti minimi, per mostrare tutto il sottotesto delle parole e dei comportamenti. Ma anche la loro ambiguità. E come al fondo della tragedia sembrano nascondersi i germi di una screwball comedy, così, anche a livello narrativo, ogni apparenza può trasformarsi nel suo rovescio. E proprio sull’ambiguità e le stratificazioni dell’immagine Park costruisce il discorso più interessante, a partire dall’onnipresenza dei dispositivi, dai telefoni agli smartwatch. Creando a più riprese l’illusione di una compresenza, che finisce per amplificare la sensazione di un continuo sfiorarsi e mancarsi. Distanza rimarcata dalle differenze profonde, dallo scarto storico e culturale tra i personaggi, tra la Corea e la Cina. Ma al di là dell’intuizione, resta l’impressione di un cinema che gioca sulla sostanza delle cose, svuotandole nella leziosità della forma.

 

Miglior regia al 75° Festival di Cannes

 

Titolo originale: Heojil kyolshim
Regia: Park Chan-wook
Interpreti: Tang Wei, Park Hae-Il, Lee Jung-hyun, Go Kyung-Pyo, Park Yong-woo
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 138′
Origine: Corea del Sud, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7
Sending
Il voto dei lettori
3.5 (4 voti)
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