DOCUMENTARIO – Sull’ibridazione

Si può veramente raccontare la complessità del movimento attraverso una forma data, già stabilita? Un percorso attraverso Le mille e una notte di Gomes e In the Last Days of the City di Tamer El Said

C’è un filo sottile che lega insieme due operazioni cinematografiche molto diverse tra loro, ma profondamente indicative di una tendenza che attraversa felicemente l’immagine contemporanea, ben al di là della tanto esaltata era del postcinema. Due film, o meglio un trittico – Le mille e una notte di Miguel Gomes – e il film vincitore del Bafici, In the Last Days of the City, folgorante opera prima di Tamer El Said. Il filo di cui stiamo parlando è quello che sposta in un’altra direzione l’ormai vetusta questione sulla differenza tra documentario e finzione. Il film di Gomes e quello di El Said infatti si presentano immediatamente come due operazioni al tempo stesso poetiche e teoriche. In entrambi i casi il punto di partenza è un film da fare (un documentario sul Portogallo in crisi nel film di Gomes, un documentario sulla perdita e l’assenza come metafore dell’Egitto e della sua Capitale). In entrambi i casi il punto di partenza è lo sguardo documentario, il racconto del reale come forma attraverso la quale rendere conto di una realtà in trasformazione, in crisi.

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Ma la crisi attraversa anche lo sguardo dei due registi: si può veramente raccontare la complessità del movimento attraverso una forma data, già stabilita? “È necessario fare un film militante, ora come ora, un documentario su ciò che accade in questo momento” afferma il regista portoghese. Ma al tempo stesso, in un momento dove il cinema sembra morire, in cui il mondo è avvolto dalla crisi, è anche necessario, o forse desiderabile “raccontare storie meravigliose”. Ma è possibile fare entrambe le cose, si chiede il regista? Creare storie meravigliose e immergersi nella realtà? La risposta è nel film stesso. Dopo la fuga dal documentario classico, il regista ritorna e inizia a raccontare. E il racconto ha inizio a partire dall’introduzione del personaggio di Sheradzade, che entra nel film (è sul suo primo piano sorridente che hanno inizio i titoli di testa), e diventa il perno a partire dal quale la dimensione affabulatoria, fantastica del film si sviluppa. I personaggi prendono vita e abitano spazi e luoghi del Portogallo, diventano personaggi concettuali, funzioni narrative e immagini, si mescolano a visioni surreali o si mostrano come racconto di se stessi. Ma lo sguardo documentario non viene abbandonato, si mescola, si ibrida alla fantasia del racconto. Nelle oltre sei ore del film, il regista portoghese costruisce il proprio approccio alla realtà, semplicemente creando cinema.

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in the last days of the city tamer el saidUn movimento simile, ma anche profondamente differente attraversa anche In the Last Days of the City, dove la città in questione è Il Cairo, in cui un giovane regista, Khalid, sta cercando di fare un film sulla memoria della città a partire dalla sua storia personale. Khalid filma, intervista sua madre, riprende i luoghi della città, ma soprattutto vaga, erra tra quartieri (in particolare la città bassa), incontra amici, conoscenti, esplora luoghi diversi. Ed è qui, in una costruzione finzionale che allora lo spazio documentario agisce. Il personaggio del regista è come una macchina dello sguardo che permette allo spettatore di attraversare la città, di osservare gesti, corpi, spazi. Non è solo nell’intervista alla madre che un reale può essere lavorato cinematograficamente, ma è attraverso la messa in scena aperta che El Said è in grado di costruire. Ancora una volta, come nel caso del film di Gomes, non si tratta di una giunzione, dell’unione tra documentario e fiction, ma di una ibridazione particolare, specifica del film. Lo sguardo documentario emerge ai margini del personaggio, in inquadrature a volte rapide e brevi, a volte lunghe, veri e propri detour dello sguardo.

Ecco perché entrambi i film si collocano all’interno di una riflessione teorica del cinema. Una riflessione capace di inventare o riprendere le forme del cinema stesso come messa in questione radicale della divisione in “generi” che spesso caratterizza ogni discorso su documentario e fiction. Una riflessione che in fondo permea gran parte del cinema contemporaneo, da Lav Diaz a Minervini, da Tir di Alberto Fasulo ai film di Apitchapong. E che, ancora una volta, crea cinema.

CLIP LE MILLE E UNA NOTTE

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CLIP IN THE LAST DAYS OF THE CITY

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