DOCUSFERA #2 – Incontro con Federico Francioni

Il regista di Rue Garibaldi racconta le proprie modalità produttive e distributive, attraverso cui ha restituito sullo schermo la vita nell’appartamento parigino dei suoi protagonisti

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Dopo La tomba del tuffatore e The First Shot, Federico Francioni ha intrapreso il fortunato percorso di Rue Garibaldi, il documentario con cui ha vinto il Torino Film Festival e che è approdato lo scorso week-end tra le visioni di Docusfera, la rassegna di Sentieri Selvaggi realizzata con con il contributo e il patrocinio della Direzione generale Cinema e audiovisivo – Ministero della Cultura. Continuano insomma i viaggi di Francioni in paesi esteri, a interrogare la vita quotidiana di ragazzi che vivono nella solitudine all’interno di città che li ignorano.

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L’incontro con il regista parte dai protagonisti di Rue Garibaldi, i due ventenni siciliani, ma di origini tunisine, partiti per la Francia in cerca di una “vita migliore”, eppure alle prese con la fatica di ogni giorno. Sono fratello e sorella, ma questo rapporto non è immediatamente chiaro. E Francioni afferma di aver lavorato tanto sul montaggio per cercare di rafforzare l’ambiguità del rapporto tra i due.

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“Il cuore del film è la possibilità di scoprire che è possibile provare empatia per due persone normali, che non hanno nulla di straordinario se non la loro umanità”.

Francioni parte quindi dalla genesi dal documentario, un progetto di ricerca e residenza in cui ha chiesto a un gruppo di persone di prendersi del tempo per registrare un vocale in cui raccontassero la loro quotidianità di “expat”, come un diario.

“Il motivo per cui ho scelto Ines e Rafik è che solitamente mi arrivavano dieci, venti secondi di vocale, quello di Ines invece durava un’ora, con la voglia di raccontare e forse di avere un ascolto. Mi sono detto ‘domani vado a vivere sul divano di casa loro e mi faccio raccontare la loro vita’. Creavo condizioni in cui tutti e tre parlavamo di qualcosa di nostro, lanciavo una provocazione e loro cominciavano a parlare tra loro. Ho girato in due, tre mesi in cui non sono mai usciti di casa. Era la prima volta che erano disoccupati e lavoravano da quando avevano dodici anni. Quando cominciavano a cambiare le cose, lui perché aveva trovato lavoro e lei perché faceva i colloqui, sentivo che il film stava morendo”. 

Il mondo al di fuori di questo appartamento parigino sembra qualcosa che non esiste. I luoghi e le strade potrebbero essere di qualsiasi città. Solo l’inquadratura sul cartello Rue Garibaldi ci dà l’idea che siamo in FranciaIl buio delle stanze come il buio delle vite che vivono i loro personaggi. Elemento che Francioni ammette con la color correction di aver risaltato ancora di più. “Io ero lì con loro dentro questo buio per vedere quanta luce umana potesse venire da loro due. C’è una dimensione di innamoramento, c’è un amore, una voglia di stare lì perché secondo me raccontano un presente, danno risposte a quello che li circondano, il loro modo di essere mi dà molte risposte della realtà”.

Francioni in maniera artigianale cura regia, montaggio, fotografia, suono dei suoi film. Rue Garibaldi alterna formati e fonti differenti che includono anche smartphone, note vocali, videochiamate, video originariamente mandati come messaggi nelle chat. La dimostrazione di un’epoca in cui possiamo essere indipendenti dalla filiera “canonica” produttiva e distributiva di un film come questo.

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