Enea, di Pietro Castellitto

Che lingua parla la Roma di Pietro Castellitto? Il circuito chiuso della seconda opera del regista e attore perde la sgradevolezza dell’esordio ma tiene ancora al buio l’amore. VENEZIA80. Concorso.

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Si capiscono talmente tante cose dello stato del “discorso” dalle reazioni più o meno scomposte ai film di Pietro Castellitto da parte di stampa, critica e “addetti”, da farti venire il dubbio che in realtà queste opere siano costruite appositamente dal loro autore per scatenare una simile polarizzazione di tifoserie di haters o supporters, come si dice. D’altra parte, è già nel primo dialogo di Enea che Castellitto enuncia la sua teoria sull’importanza del concetto di “clan” per definire oggi una famiglia. E allora, però, qual è il discorso? Roma che ti divora come un barracuda e relativi cliché da annientare? La violenza e il livore spaventosi che reggono la quotidianità delle famiglie arricchite d’Italia? Il vuoto esistenziale dei giovani rampolli della borghesia capitolina tutti cuffiette wireless, sigarette elettroniche e sushi gourmet (alcune delle tante metafore scoperte del film)? L’impalcatura mafiosa dell’industria della cultura nostrana, davvero parallela e incrociabile con una vera organizzazione malavitosa? Oppure, vogliamo credere che in fin dei conti il punto sia davvero l’amore, che “ti tiene in piedi quando diventi vecchio”, come rivela il boss Giordano dell’impagabile Adamo Dionisi?
Quello che abbiamo al momento è in ogni caso un cinema molto giovane, che dell’amore sembra appunto avere parecchia paura, in accordo con la teoria del gangster: tutti i baci che i personaggi si scambiano nel film, tranne uno (ancora metafore svelate), avvengono non a caso al riparo di uno schermo che diventa improvvisamente nero.

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Castellitto mette da parte così, se non per brevi sprazzi, quel senso del grottesco – ereditato verosimilmente dai primi exploit da regista del padre, quelli apertamente ferreriani – che caratterizzava l’esordio I predatori, e tenta di costruire un film dal respiro verticale, che si libra in aria con fare evidentemente sorrentiniano con la stessa frequenza con cui si sfracella o cade in picchiata, e allo stesso tempo sembra tenuto insieme da una struttura a rimandi interni, indizi disseminati e tracce sparse che poi si riavvolgono tutte. Il gioco però sembra divertire soltanto il suo artefice, che mostra ancora una volta lo stesso compiacimento che abbiamo già imparato a riconoscere a tutto questo nuovo cinema trap, anche nella maniera con cui ritaglia per sé i primi piani fascinosi di questo decadente antieroe della sua epopea di gesti autodistruttivi, dispettucci sociali e improvvise confessioni strappalacrime (va detto che il Pietro Castellitto interprete sembra spesso più maturo del Pietro Castellitto cineasta).
È vero, noi resteremo sempre dalla parte di quel Nanni Moretti che ai tempi di Io sono un autarchico rispondeva a Mario Monicelli, il quale lo accusava di arroganza, che “un regista giovane deve essere presuntuoso per forza, perché il cinema italiano è brutto”, ma in questo caso il vero quesito da porci riguarda piuttosto qual è la cifra di questa baldanza, quale il linguaggio parlato da Pietro Castellitto, dalle sue storie e dalle sue immagini: che lingua parla insomma Enea? In alcuni punti non è forse troppo lontano da una certa romanità cool che oggi ha tutto un nuovo successo generazionale nel mondo di podcast, reel e spettacoli dal vivo che verosimilmente potrebbe seguire l’equivalente “reale” del personaggio adolescente di Brenno, il fratello minore del protagonista. Una sorta di circuito chiuso in zona ZTL. Brenno, che alla fine è quello che paradossalmente parla di meno, per tutto il film (insieme alla Eva di Benedetta Porcaroli), in un cinema che invece adora parlarsi addosso, e dentro cui solo Sergio Castellitto sembra in grado di ammantare di umanità lo sguardo del suo dolente personaggio di padre servendosi principalmente di silenzi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7
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Il voto dei lettori
2 (35 voti)
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