Entourage, di Doug Ellin

Come si fa ad andare in vacanza in Grecia, e mettersi a tavola e ordinare i calamari mentre i greci con le tasche vuote ti guardano, si chiede Adriano Sofri. Ad andare in sala a guardare l’approdo nei cinema di Entourage proprio in questi giorni di disfatta ellenica ci si può sentire un po’ come se avessimo appena ordinato del pesce costoso in un ristorante al porto di Atene: ogni volta che in qualunque punto del mondo ti metti a tavola e ordini i calamari, c’è una moltitudine di facce smunte che, non viste, senza vederti, ti guardano, continua Sofri.


Eppure, sin dagli inizi la creatura tv di Doug Ellin e Mark Wahlberg, otto stagioni di grande successo basate sulle migliaia di aneddoti e leggende sorti intorno ai primi anni a Hollywood di Marky Mark e del suo giro di fedelissimi, ma epurati di ogni riferimento al passato malavitoso dei new kids del quartiere, sembra aver assunto uno sguardo altro.
Sui bikini generosi delle ragazze da copertina, sulle auto lussuose, le feste miliardarie in villone mastodontiche, i budget stratosferici per lavorare ad un film, e tutto il resto dello sfavillante e lussurioso spreco su cui si erge la Babilonia californiana, in cui l’effettivo impegno nel “mestiere del cinema” sembra sempre collaterale, accessorio, meno importante di un cocktail a bordo piscina o dell’appuntamento a cena con la modella mozzafiato Emily Ratajkowski (solo una delle 21 celebrità nel ruolo di sé stesse che appaiono nei 104′ di film – c’è chi dice che siano addirittura 35 i cameos), cala in realtà un punto di vista diverso da “chi si mette a tavola e chi ha le tasche vuote”, per tornare a Sofri.
Ovvero, il punto di vista dei calamari.

La grandezza di tutto il progetto-Entourage, che trova qui finalmente nello specchio deformante dello schermo dei cinema la forma definitiva e la propria vetta assoluta, sta tutta in questa prospettiva inanimata, in questo sguardo ad altezza piatto di portata da cui assistere alle disavventure di Vincent Chase e degli inseparabili Drama, Turle, E, Ari Gold: ogni elemento, ogni storia e ogni sviluppo delle trame è merce di consumo, mette in scena la propria natura non solo commestibile ma istantaneamente già digerita, consumata.
Gli stolen sex tapes, la satira blanda sui finanziatori petrolieri texani con i figli ignoranti (Billy Bob Thornton padre di Haley Joel Osment), l’amore come contratto di prestazioni (chirurgica da questo punto di vista tutta la sottotrama del corteggiamento tra Turtle e la letale lottatrice Ronda Rousey de I mercenari 3 e Fast & Furious 7), fa tutto parte della stessa grande abbuffata in cui anche gli spettatori finiscono per essere ingurgitati, rimasticati, e mandati giù.

Mark Wahlberg ci racconta così da sempre di una purezza immaginaria e dunque irrecuperabile, di un’innocenza mai avvistata, di un candore inesistente neppure alle origini dell’industria dell’entertainment, e Entourage con tutto l’evanescente stile clippato-pubblicitario della regia di Ellin fa su questo un discorso decisamente più lucido e efficace in confronto alle timide GoPro che fanno capolino nell’incolore Giovani si diventa di Noah Baumbach.
Dalle parti di Hollywood la decisione sullo stanziare o meno gli aiuti finanziari (per fare un film da 150 milioni di dollari) si prende a seconda del risultato del referendum con cui la bella attricetta deciderà se giacere o meno col produttore o con la star della pellicola.
L’unica cosa che puoi fare è sperare di finire a fare il calamaro sul tavolo a cui si è seduta a banchettare la gente giusta.