Fast & Furious 7, di James Wan

Una realtà nella quale nessuno si fa male, qualunque cosa accada,

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può sembrare tutt'altro che preoccupante, e per di più è almeno dai tempi di Walt Disney
(e poi dei violentissimi, stupendi prodotti d'animazione della Warner Brothers) che case, ponti,
speroni di roccia crollano impunemente per i protagonisti. Ma è proprio questa assenza di conseguenze
che ci sembra la più profonda figura della violenza poiché essa permette un'iterazione che,
al livello visivo, è quasi una coazione a ripetere per lo spettatore.
Franco La Polla, Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood

Fast.
 

James Wan
giunge al timone della saga quando Justin Lin ha già operato interamente il suo drift, trasformando l'asso imbattibile delle corse d'auto clandestine Dom Toretto nel leader di un team multietnico di abilissimi furfanti in grado di far compiere ai propri bolidi acrobazie antigravitazionali nel corso di rocambolesche e pirotecniche rapine, e allo stesso tempo di averla vinta nei corpo a corpo più muscolari. Wan serra così le linee della familia Toretto minacciata dall'ombra assassina dell'inafferrabile e letale Jason Statham assetato di vendetta per il fratello mandato all'ospedale dai nostri eroi nell'episodio precedente, e di fatto non ha il bisogno né l'urgenza di perdere tempo in spiegazioni (della calata del nuovo nemico sappiamo già dal finale del sesto episodio). L'entrata in scena del feroce e indomabile Deckard Shaw dà per scontata l'abilità omicida dell'icona-Statham, e passa direttamente al body count delle vittime di una sua tipica incursione militare in solitaria. La battaglia è iniziata da un pezzo, deve soltanto riprendere – e velocemente: quando ci sarà bisogno di inserire rimandi al passato del brand, verrà in aiuto la provvidenziale amnesia di Letty/Michelle Rodriguez, a cui vanno ricordati i passaggi.
Da sempre cineasta la cui maggiore virtù è quella di saper abitare e in qualche modo infestare forme che il cinema ha già costruito e codificato, autore di un paio di film che girano appunto intorno all'edificio dell'horror per rivisitarne la strada inevitabilmente già battuta (in questo il suo capolavoro è probabilmente già un sequel, Insidious 2, vera e propria autoreplica), James Wan è in questo modo lasciato libero nella sua ricerca della realizzazione della scena d'azione perfetta.
L'intera tensione estetica che anima e muove Fast & Furious 7 è ancora una volta un girare attorno ad una forma per estrapolarne una purezza astratta e paradigmatica, l'ambizione di cristallizzarne lo zenith assoluto: in questo è un film fondamentale per qualunque ragionamento sul blockbuster geneticamente modificato della contemporaneità, una frontiera completamente slegata da ogni appiglio con le misure di un cinema a dimensione d'uomo, anzi un film-drone senza pilota (o un film-arcade definitivo, ovvero senza giocatore) che può fare totalmente a meno anche dell'attore venuto a mancare durante le riprese, qui lasciato in una curiosa condizione da gatto di Schrödinger…alla fine di questo film, Paul Walker è davvero morto, o è tornato vivo?

Furious.

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I reiterati tentativi di James Wan di imbastire, complici i labili espedienti narrativi della sceneggiatura, la scena action di perfezione seriale assoluta (il duello, l'inseguimento, la gara, la sequenza in volo, la sparatoria nel magazzino ecc ecc), vengono puntualmente graffiati nell'armonia virtuale del balletto dalle incursioni brutali del personaggio di Jason Statham, nuovo demone del cinema del regista, che perseguita come una maledizione le missioni del team di Toretto spuntando all'improvviso a guastare le feste. La dissoluzione dell'apparente coesione delle forme fa andare l'occhio di Wan continuamente in testacoda, come le frequenti e clamorose piroette della mdp a seguire le capriole degli atleti impegnati in combattimento. Moltiplicando le sequenze di arti marziali e la chiamata a raccolta di corpi dalle capacità impressionanti provenienti dall'universo sportivo (Tony Jaa, Ronda Rousey), Wan sembra guardare a quel punto di non ritorno fondamentale del genere ai giorni nostri che è The Raid 2: Berandal di Gareth Evans (con nostalgia per le punte avanguardiste di Renny Harlin ai tempi d'oro, per citare un'altra firma sempre a metà tra l'azione e l'orrore). Anche se la sostanziale immortalità al di là di qualunque soglia del dolore e della morte che Fast & Furious fa guadagnare alle sue pedine l'abbiamo già vista in un film addirittura ancora più estremo nella sua prospettiva completamente ad altezza oggetto di scena com'era il secondo G.I. Joe di Jon Chu – non a caso sempre con The Rock (e con Bruce Willis che lì espletava la stessa funzione qui risolta da Kurt Russell).
Se Vin Diesel si porta ancora sulle spalle l'eredità del cinema dei duri tormentati e sentimentali dell'universo dei classici, Dwayne Johnson è oramai l'eroe d'azione totale, la sua perfezione fisica lo rende allo stesso tempo corpo-modello e assolutamente lontano da ogni forma d'umanità, segno intangibile capace di mutare di dimensione e di abbattere gli aerei a piacimento: come un trucco meccanico in un film di mostri di Schoedsack, galleggia come deus ex machina ad un'altezza che è insieme quella arcaica del Mito (Hulk…) e quella futuristica delle sculture di Boccioni.
L'attore definitivo del cinema di James Wan.

Titolo originale: Furious 7
Regia: James Wan
Interpreti: Vin Diesel, Paul Walker, Dwayne Johnson, Michelle Rodriguez, Tyrese Gibson, Jason Statham, Jordana Brewster, Elsa Pataky, Ludacris , Kurt Russell, Djimon Hounsou, Tony Jaa, Lucas Black, Ronda Rousey
Origine: USA, 2015
Distribuzione: Universal
Durata: 140'