Faust, di Friedrich Wilhelm Murnau

La sintesi perfetta tra l’Espressionismo e Hollywood tra il muto e il sonoro. Faust è un poema metafisico ma anche un fantasy che porta il cinema in una modernità fusturistica dove Murnau esplora tutte le infinite possibilità della visione: specchi, bambini in circolo, duelli, pozioni d’amore, viaggi sulle nuvole. Dentro Faust ci sono dentro tutte le storie di quella che oggi potrebbe diventare un’esaltante serie tv. La vicenda, tratta da Goethe ma ispirata anche al Doctor Faustus di Marlowe, vede protagonista il vecchio alchimista Faust che si fa corrompere da Mefistofele; in cambio di poteri taumaturgici per dominare il mondo, ottiene nuovamente la giovinezza. Dopo essersi perdutamente innamorato di Gretchen, si redime anche se il suo destino sarà tragico.

Faust rappresenta la metamorfosi continua del cinema. La materia diventa inconsistente, magica. Propone le infinite mutazioni dello spazio della scena. Nnessun cineasta, prima e dopo Murnau – aveva sottolineato Eric Rohmer nel suo fondamentale saggio L’ organizzazione dello spazio nel «Faust» di Murnau (ed. Marsilio) – è mai riuscito a dipingere, in maniera così diretta e intensa, l’emozione, attraverso il puro gioco delle forme nello spazio”. I piani spezzati disegnano un puzzle segnato dalle luci e le ombre della fotografia di Carl Hoffmann che creano, per esempio, la folgorante rappresentazione della peste con le proiezioni inquietanti del Male che sembrano arrivare da Nosferatu. Faust arriva e torna dal sottosuolo proprio come il portiere dell’albergo di L’ultima risata, interpretato da Emil Jannings che invece qui incarna Mefistofele. I volti di Gösta Ekman, star del teatro svedese, nei panni di Faust e della popolare attrice tedesca Camilla Horn in quelli di Gretchen (il ruolo doveva andare a Lillian Gish che però aveva rifiutato) oltrepassano la fisicità, diventano astratti e forse anticipano la performing capture. Nelle sovrimpressioni c’è un altro spazio e in un altro tempo. La comparsa delle fanciulle agli occhi di Faust sono tutte visioni del desiderio, della mente della corruzione. Un circolo di immagini circolari, soggettive, contaminate da quei tagli di luce che è un altro elemento fondamentale del cinema di Murnau perché mostra sempre una doppia immagine oltre quella che si vede sullo schermo: la Santa Croce, il teschio, la pozione dove vede se stesso da giovane.

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Il cinema di Murnau è al di là della vita. Mostra l’idillio come se stesse sognando o in preda a un incantesimo, anticipiando quella giostra di sentimenti nella grande città tra il marito e la moglie nel successivo Aurora. Al tempo stesso il finale è degno di un action. A cominciare dalla morte di Valentin, il fratello di Gretchen, che maledice Faust che è interpretato dal regista William Dieterle. Ma soprattutto sono presenti residui del cinema di Griffith e del cinema svedese tra la fine degli anni Dieci e l’inizio dei Venti, tra Sjōström e Christensen, soprattutto per come rappresenta la furia degli elementi naturali e la percezione della stregoneria.

Faust è l’ultimo film tedesco girato da Murnau in Germania prima della sua partenza per gli Stati Uniti. Per questa recensione, ci si basa sulla versione di 106 minuti restaurata nel 1997 mentre per parecchio tempo ha circolato quella da 85. Ha richiesto sei mesi di lavorazione, è costato due milioni di marchi ed è stato girato in cinque versioni differenti. Nello stesso anno la UFA produceva questo kolossal per Murnau e Metropolis di Fritz Lang. Rappresentano entrambi tutte le potenzialità che saranno alla base del cinema statunitense nei successivi 20 anni. Se Murnau non fosse morto a 42 anni in un incidente d’auto, probabilmente avrebbe realizzato negli anni ’40 dei noir epocali proprio come Lang. Il calvario di Gretchen in tutta la strepitosa parte finale, è quello di più donne del ritratto che si moltiplicano. Le visioni (la madre, la culla), l’urlo, la fame, il freddo. Poi il ricongiungimento. Tragico e sublime.

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Titolo originale: id.
Regia: Friedrich Wilhelm Murnau
Interpreti: Gösta Ekman, Emil Jannings, Camilla Horn, Frida Richard, William Dieterle, Hanna Ralph, Yvette Guilbert
Durata: 106′
Origine: Germania, 1926
Genere: drammatico/fantasy

 

In streaming gratuito sul sito della Cineteca di Milano.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)