#FCAAAL28 – Killing Jesus, di L. M, Ortega e Poisonous roses, di A. F. Saleh

Due registi meno che quarantenni, due luoghi del pianeta lontani e due forme di declinazione dell’amore che, virando rispetto al consueto melodramma, guardano invece all’amore all’interno del nucleo familiare.
Laura Mora Ortega e Ahmed Fawzi Saleh hanno diretto due film spinti dalla stessa esigenza di raccontare i loro luoghi un po’ maledetti, per ragioni, differenti e i personaggi che li popolano. Più immediatamente empatico Killing Jesus della regista colombiana che in una caotica e pericolosa Medellin, trova lo spazio per raccontare di Paula con ambizioni di fotografa e figlia di un professore che un giorno di ritorno dall’Università viene ucciso da due sicari. Dopo qualche tempo riconosce in Jesus l’assassino del padre. Nel suo avvicinamento a Jesus Paula cova sempre l’idea della vendetta, ma finisce per scoprire la debole consistenza umana.
Più acutamente profondoPoisonous roses, di Ahmed Fawzi Saleh, radicato in un luogo infernale di Il Cairo, dove le vecchie concerie conferiscono al paesaggio urbano un aspetto infernale e malsano, vero e proprio girone infernale. Qui lavora Saqr che spera di raggiungere l’Italia, ma la sorella Taheya che nutre un amore quasi ossessivo nei suoi confronti, fa di tutto per trattenerlo.
Due film in cui l’amore, nella sventagliata delle possibilità, si manifesta, nei confronti dei componenti della famiglia, legando idealmente due autori così distanti geograficamente e culturalmente.
Entrambi, d’altra parte, puntano sui luoghi per raccontare quella specie di macerie personali dalle quali partono per descrivere i propri personaggi. La Medellin di Laura Mora Ortega è infida, disordinata, così come lo è la vita di Jesus, killer debole, un po’ “tutto chiacchiere e distintivo”, inseguito da misteriosi nemici, tutti, sicuramente e per ragioni diverse, alla ricerca di una vendetta. Anche Jesus ha il sogno di fuggire e Medellin è bella da vedere solo dall’alto, dove lui porta Paula nel loro primo incontro. L’empatia del film sta nella sua semplicità lineare, nella sua immediata capacità di comunicare il disagio e il malessere dei due giovani protagonisti così diversi e i cui destini si sono malauguratamente incrociati. Paula appartiene ad una borghesia che definiremmo illuminata e il suo incedere verso gli stili della malavita con la ricerca di una pistola, costituisce per lei una infrazione alle regole che sente però necessaria per mettere a frutto i suoi piani di vendetta. Paula diventa, con piena consapevolezza, la visitatrice dell’inferno e Jesus, nome quanto mai evocativo in termini sacrificali, il suo mentore e vate nel mondo della caotica città del narcotraffico. Il film di Ortega, che ha attinto anche alla sua biografia per la sua realizzazione, ha ottenuto numerosi riconoscimenti e trova forse una delle migliori modalità narrative per raccontare forse non tanto il disagio, che sembra quasi roba per ricchi, non tanto il desiderio di fuga che è perfino luogo comune per ogni posto della terra, quanto, piuttosto, quella segreta necessità e quel profondo e inascoltato desiderio di restare. La rinuncia finale di Paula, ad una vendetta che avrebbe avuto a portata di mano, è anche il suggello alla sua vicenda e diventa accettazione delle regole non scritte che ogni detta per la convivenza. La vendetta alla quale rinuncia le fa scoprire la debolezza che Jesus cela dietro il suo fare sbruffone, dietro le pistole che può procurarsi quando vuole, dietro quella ostentazione di piccolo mito del luogo. Paula scopre la vulnerabilità di un giovane disperato e scontento della sua vita, scopre una quasi normalità tra le pieghe dello spietato killer che uccide senza neppure conoscerne la ragione. Paula, il cui personaggio è tratteggiato con precisa caratterizzazione, scopre questo mondo così diverso dalla propria cultura, ancora una volta grazie al padre e la sua vendetta che dovrebbe servire a consolidare il legame già solido con il genitore, l’ha condotta altrove pacificandone l’esistenza.
L’egiziano Ahmed Fawzi Saleh porta in concorso Poisonous roses frutto di una coproduzione internazionale. L’amore di Taheya verso il fratello Saqr assume i profili di una ossessiva volontà di conservazione del nucleo familiare. Anche Saleh ambienta la sua vicenda tra i vicoli di una Cairo resa malsana dagli scarti delle concerie e in una di queste lavora Saqr che ha il solo desiderio di fuggire per approdare in Italia.
Saleh interiorizza ogni sentimento, immerge la sua protagonista Taheya in un silenzio quasi profondo, sono i suoi sguardi a raccontare il suo peregrinare tra casa e conceria dove quotidianamente porta il pranzo al fratello. Anche qui la precisa declinazione dell’amore fraterno, che sembra sconfinare in un innamoramento più profondo (Ti amo.. dice Saqr a Taheya …mi vorresti sposare ….risponde lei), innesca il racconto tutto immerso in una malsana e inaccettabile realtà che sembra però, ancora una volta, riflettere gli animi dei personaggi, ritrovando quella misura di essenzialità che certamente è nelle mire artistiche del regista egiziano.
Saleh realizza un cinema legato alla tradizione culturale mediterranea, ritrovando anche nei miti greci o in quelli dell’antico Egitto, quel senso di perdizione che l’amore fraterno produce e determina, i miti di Elettra e Oreste e quelli a lui più vicini di Iside e Osiride, fanno da canovaccio profondo al film e sembrano intessere segretamente questa piccola opera silenziosa che sfugge ad ogni canone narrativo, pur conservando i tratti di un fortissimo dramma interiore. Un film che getta una luce molto particolare sul presente, proprio per la tessitura che lo caratterizza. Il confronto con la realtà contemporanea, fatta di fughe e di approdi verso un occidente più idealizzato che reale, si scontra con una società ancora così legata ai rituali di un passato. Saleh film i gesti dei lavoratori delle concerie e la macchina da presa coglie in quell’affastellarsi di azioni i resti ancora vivi del passato, ma coglie anche gli inferi dai quali Saqr vuole fuggire e le reti amorose di Taheya che lo trattengono.