Feast, di Tim Leyendekker

Dal Mix Festival di Milano, un film che adatta il Simposio di Platone ad un caso di cronaca realmente accaduto in Olanda, adottando la prospettiva dei carnefici ma senza schierarsi

“Amare significa condividere. L’amore è forza che unisce per e contro la morte. I suoi soldati formano l’esercito più forte e unito di tutti.”

All’argomento, alquanto divisivo, dell’amore, Platone vi ha dedicato un’intera opera, il Simposio. Ha immaginato che sette uomini, i più sapienti della Grecia antica, si riunissero e, riscaldati dall’ebbrezza del vino, dibattessero animatamente sul significato di Eros.

“Io sostengo che Amore è il più antico fra gli dei, il più meritevole d’onore e quello che è più padrone di spingere gli uomini, da vivi e da morti, all’acquisto della virtù e della felicità”, dice Fedro.

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Le stesse parole riecheggiano in un salotto olandese dove tre uomini discutono del medesimo tema. Amore è ritornare a casa. È riprodurre una dolce melodia, diventare mediatori della felicità altrui. È negare la morte, senza poterla cancellare. Amore è condividere. Ma quali sono i limiti di questa condivisione?

Questa è la domanda chiave per leggere criticamente Feast, il primo lungometraggio di Tim Leyendekker. Il regista olandese ha portato al Mix Festival di Milano un film che intende porre lo spettatore in costante conflitto con le convinzioni della propria moralità.

Siamo nel 2007, nel nord dell’Olanda. Tre uomini sono accusati di averne deliberatamente drogati almeno altri sette e di aver iniettato loro il proprio sangue infetto del virus dell’HIV in occasione di festini in cui era praticato “sesso libero”.

Leyendekker divide il racconto di questa storia atroce in sette frammenti. Sette come le vittime abbandonate per strada, su una panchina o su una spiaggia. Ma sette anche come i convitati al Simposio platonico…

I frammenti alternano scene dal taglio prettamente documentaristico a dialoghi che rasentano il surreale, a volte mischiando i piani. È il caso dell’intervista ad una biologa che spiega con il sorriso sulla bocca il processo di proliferazione di un virus nei fiori.

“Il virus diventa parte integrante del sistema delle piante, i due possono vivere insieme. Stare male ha sia dei lati negativi sia dei lati positivi, essere malati ti insegna il senso della vita.” Parole stranianti, ma oggi non così lontane da noi, non solo se inserite nel contesto della visione cinematografica ma anche se applicate alla esperienza della pandemia.

Ma quello che colpisce maggiormente di Feast è la sua capacità di adottare la prospettiva dei carnefici senza mai schierarsi dalla loro parte. Le ragioni di questi criminali sono puntualmente dibattute. L’inevitabile processo del pubblico diventa un Simposio in cui i “mostri” vengono spogliati della loro mostruosità e possono esporre liberamente le proprie ragioni. Questo non salva loro dalla ferma condanna dei fatti e non permette di dimenticare la tremenda sofferenza degli uomini vittime della loro follia. È chiaro che dove non c’è consenso non può esistere condivisione.

Ma la domanda che ci pone Leyendekker non riguarda tanto la condanna o l’assoluzione. La vera questione di Feast riguarda il coraggio di porre il nostro sguardo in una diversa prospettiva, in una posizione scomoda, anticonvenzionale. Adottando lo sguardo dei carnefici non si assolve nessuno ma si compie un gesto umano, questo si di “vero amore”.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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