Festival dei diritti umani di Napoli – "I giorni buoni", di Andrea Barzini

i giorni buoniIn questi giorni in cui nelle strade di Napoli si sta riaccendendo la crisi dei rifiuti e all’indomani dell’arresto di Antonio Iovine, boss del clan dei casalesi latitante da quattordici anni, i riflettori di tutta Italia tornano ad essere puntati sulla Campania e sui problemi che la affliggono. E in un momento come questo diventa ancora più interessante gettare lo sguardo su questo documentario diretto da Andrea Barzini; un film che si avvicina a questa realtà, che la penetra senza accontentarsi di osservarla da lontano, con distacco, che vuole mescolarsi fino in fondo con i volti, con i corpi e con i racconti dei protagonisti. Tutti giovani, tutte vittime di un sistema marcio alla radice in cui il crollo delle regole sociali ha spianato la strada allo strapotere della camorra, che può concedersi ormai il lusso di sfruttare a proprio favore la noia e la disperazione di tanti ragazzi che trovano nello spaccio di droga e nelle rapine una possibilità di riscatto e di realizzazione.

Quotidianamente accendiamo la TV e fingiamo di sentirci toccati – o addirittura coinvolti – da vicende come queste che in realtà ci sfiorano solo marginalmente, fuggevolmente, per poi scivolare via e disperdersi nel flusso ininterrotto di notizie confuse, imprecise e – troppo spesso – pilotate a cui ci ha ormai abituato quel meccanismo perverso che va sotto il nome di bombardamento mediatico. Bene, Andrea Barzini procede diversamente ed entra all’interno della comunità "Johnatan" di Scisciano, un paese dell’entroterra vesuviano in provincia di Napoli, un luogo di accoglienza per giovani che provano a giocarsi una possibilità importante per cambiare vita, per rientrare nell’ordine e costruire un’identità fondata su regole condivise e su valori da spendere anche al di fuori della comunità: nella scuola, nel mondo del lavoro o per strada.

Il regista utilizza dei piani molto stretti durante le interviste e sembra quasi voler rimarcare con forza la necessità di dare un volto e un nome ai protagonisti di queste vicende, di restituire loro quell’identità perduta dietro al desiderio di sentirsi come gli altri, più forti degli altri, parte di un gruppo in cui la diversità non è ammessa neanche nel modo di vestire, o parte di una famiglia in cui pranzare tra le dosi di droga da spacciare può rappresentare la normalità anche per una ragazza di diciassette anni. Le aperture verso l’esterno sono rare e il loro effetto è ancora più claustrofobico perché lo sguardo non può perdersi all’orizzonte e si arresta sul fondo grigio dei palazzoni di cemento della periferia di Napoli.

Non si deve pensare a I giorni buoni come all’ennesimo film che si accontenta di piangere e disperarsi sulle disgrazie del nostro Paese. Il messaggio è ben diverso, sembra suggerire che ci sono persone che credono nel cambiamento, persone come Enzo Morgera e Silvia Riccardi – i fondatori della comunità Jonathan – o come Don Aniello dell'Opera Don Guanella di Napoli. Persone che sperano e che sanno infondere speranza. Perché forse una speranza esiste ancora. E tutto sta nel saperla cercare…

TRAILER

 

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"