FILM IN TV – "A,B,C…Manhattan", di Amir Naderi

Mentre la voce di Janet fuoricampo spiega al telefono all’uomo che sta venendo a portarsi via per sempre la piccola figlia di Colleen la strada per raggiungere il Mona’s, il suo bar dove madre e figlia si trovano, Coleen continua a scattare polaroid su polaroid della bambina seduta sul pavimento: Naderi gira incessantemente intorno alla scena con un long shot sinuoso e galleggiante, attento a lasciare deliberatamente fuori dall’inquadratura la figura di Janet all’apparecchio – le polaroid si accatastano una sull’altra sul pavimento, Colleen in ginocchio è sempre più disperata, quando Janet la chiama toccandole una spalla, si volta di scatto con il volto nascosto dalla macchina fotografica, come un’arma, una protezione. C’è poco da star fermi di fronte ad un cinema come quello di Amir Naderi: il minimo da fare sarebbe balzare in piedi dalla poltrona e girare su se stessi come la mdp del regista fa senza sosta lungo tutti i pianosequenza che vanno a incunearsi sempre più in fondo sotto la pelle e le emozioni degli spettatori e delle donne protagoniste (dividono tutte e tre lo stesso appartamento) di questo esplosivo capolavoro (fatta eccezione per un’altra potentissima sequenza di incontro/scontro tra due donne amanti, risolta con una serie di tagli rabbiosi di montaggio e violentissimi ‘sgraziati’ cambi di angolatura), l’ennesimo tassello di una filmografia americana che, battezzata dal precedente Manhattan by numbers, proseguirà poi con gli eclatanti e purissimi vertici di Marathon e Sound Barrier facendo del regista iraniano uno degli Autori più importanti del Cinema Indipendente contemporaneo. E si farebbero forse clamorose scoperte a riguardarsi questo secondo tassello della ‘trilogia di Manhattan’, datato 1997, mettendolo a confronto con le conclamate sortite migliori di altri ‘indipendenti’ dalla bravura riconosciuta come Cameron Crowe o il pur formidabile Alfonso Cuaron: davvero con il cinema di Amir Naderi lo spettatore finisce rivoltato, quasi ‘centifugato’, e capovolto come le visuali della macchina da presa da sequenze di insostenibile forza espressiva – e in un altro meraviglioso frammento, Kate che ha appena lasciato il suo fidanzato, stretta nella violenta morsa di lui che sul tetto di un palazzo non vuole rassegnarsi ad essere tornato solo e tenta di abusare della ragazza, mentre Naderi continua ad avvicinarsi all’abbraccio terribile tra i due per poi riallontanarsi subito dopo, sembra tendere una mano a palmo aperto verso l’inquadratura, nella direzione dell’operatore, come a chiedere aiuto, implorare un soccorso. Ma è un contatto impossibile: c’è comunque una distanza siderale, che resta incolmabile, tra la scena e lo spettatore, l’occhio ed il cuore, tra il suono e l’immagine (“Il mio cinema attuale, qualunque esso sia, è sul suono. Il suono è il più importante personaggio dei miei film e lo è anche il silenzio. Il mio lavoro sul suono è rivolto ai suoni che abbiamo intorno, che sentiamo da lontano, che sono nella nostra mente, oppure che abbiamo vicino.”): e il definitivo addio tra Colleen e la figlia Stella avviene filtrato attraverso le vetrate spesse del Mona’s, mentre a noi è dato crudelmente di ascoltare unicamente la pessima storiella di un marinaio ubriaco al bancone che farfuglia di un locale con camerieri cinesi trans. “Non le ho dato nemmeno una foto di me”, rifletterà a voce alta la madre immortalando il suo stesso volto in una polaroid conclusiva. “Io sono sempre alla ricerca di sfide con i film che faccio. Mi piacciono le sfide. Mi piace la dimensione del rischio e della follia, mi piace sfondare le linee di demarcazione e andare oltre. I miei personaggi sono uguali a me. Quando faccio un film non so mai se lo porterò a termine. Nelle situazioni impossibili io trovo me stesso. Spingendomi verso situazioni estreme spingo anche i miei personaggi e l’intero film verso il limite. Il mio operatore e la mia troupe sono coinvolti in questo meccanismo e, alla fine, se tutti noi ce lo meritiamo, arriviamo alla fine e portiamo a termine il film. Io prendo sempre spunto dalle situazioni che mi permettono di affrontare questo tipo di sfide. Questa è la mia ossessione ma è il solo modo in cui posso fare un film.” [questo, come l’altro nella parentesi più su, è uno stralcio di uno scritto di fondamentale bellezza a firma di Naderi apparso col titolo di Oltre la linea del suono su Filmcritica n. 566/567, giugno/luglio 2006]

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Regia: Amir Naderi

Interpreti: Lucy Knight, Erin Norris, Sara Paul, Nikolai Voloshuk, Rebecca Nelson, Jonathan Harris

Durata: 92

Origine: USA, 1997

Venerdì 18 Gennaio, Raitre, ore 3:00