La sparatoria, di Monte Hellman

Un western anomalo che solo in superficie riflette i temi di genere, ma è una riflessione profonda sul destino e sul concetto di fine.

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Non è a torto che per i due famosi western del poco prolifico regista newyorkese Monte Hellman, Le colline blu e La sparatoria, si parli di western metafisico.
La sparatoria è del 1966 e pur restando ancorato ai classici topoi di genere, quindi inseguimenti, sparatorie, tradimenti e pistoleri velocissimi, è un racconto nel quale il prevalente senso di solitudine assoluta è frammisto ad una sorta di misteriosa necessità ad intraprendere un viaggio pericoloso in uno scenario di infida e sconfinata aridità, quello di un deserto tanto inospitale, quanto metafora di un destino che diventa impenetrabile e quindi sempre minaccioso.
Due uomini, Willet Gashade (Warren Oates, attore alter ego di Hellman) e Coley (Will Hutchins) forse minatori, dopo avere perso i loro compagni, uno ucciso e l’altro accusato di avere ucciso un uomo e un bambino, decidono di scortare una misteriosa donna (Milly Perkins) attraverso il deserto. Più avanti si aggiungerà ai tre Billy Spear (Jack Nicholson), cinico pistolero. Non tutti arriveranno alla metà e non tutti scopriranno le ragioni che hanno spinto la donna ad attraversare il deserto.
È forse proprio il deserto, catalizzatore di una solitudine irreversibile e foriera di morte, il vero protagonista del film. I personaggi diventano, nell’acquisita modernità dell’epoca del film, vere figure immerse e vittime anche di questo paesaggio e già avviate a compiere un destino già scritto. Monte Hellman gira il film servendosi dell’arida consistenza dello scenario in cui si riflette la scontrosa fatalità che piega al proprio volere le sorti dei personaggi.
Il western assume così gli inusuali tratti introspettivi caricati di ulteriori significati. Una narrazione che si astrae dal fatto per diventare introspezione psicologica che si completa con una operazione di drammatizzazione svolta essenzialmente con la spoliazione dei personaggi da qualsiasi aura di eroismo, svuotandoli di ogni altro profilo, se non quello che li trasforma in strumento per mostrare il farsi del destino, la desertificazione di ogni speranza e di qualsiasi sentimento. In questo il cinema di Hellman sembra volersi affrancare da ogni regola, per diventare una splendida anomalia fuori da ogni tempo.
I film di Hellman, così invisibili e introvabili, diventano tanto più preziosi quanto la loro occultazione ne fa aumentare il desiderio. Non si tratta solo della mitizzazione di quel cinema (forse anche), ma quanto piuttosto di riconoscere a questi film quelle caratteristiche di universalità, longevità e contemporaneità, che li liberano da ogni necessità di contestualizzazione temporale che ne avvalori gli assunti.
Il cinema di Hellman si fa grande, nel tralasciare, nel suo scorrere, la storia, porla in secondo piano per fare diventare il suo un film d’ambiente, in cui dare risalto allo spessore psicologico dei suoi personaggi. La sparatoria, strettamente imparentato con l’altro, Le colline blu, è una storia che si affranca, progressivamente da ogni impaccio narrativo, per fare emergere il senso di solitudine e di destino immanente che pesa su ogni personaggio. Tutto per arrivare ad un finale tanto (in)atteso, quanto ambiguo da non risolvere il nodo gordiano dell’identificazione precisa dei ruoli dei personaggi, ma per accrescerne, con un colpo di genio, lo smarrimento esistenziale. Una paura improvvisa che si amplifica per diventare, all’istante, frammento di un non risolvibile panico che sembra mettere in discussione l’intera esistenza. Un lampo sembra attraversare il cinema di Hellman in quel momento, un fenomeno raro a vedersi e quando appare diventa manifestazione di un inimitabile talento artistico. Un espediente, che non è il semplice slow motion, come ebbe a precisare lo stesso Hellman (Cineforum n. 297, sett. 1990), risolve l’enigma della messa in scena e l’intera sequenza, sempre dalle parole del regista (idem), è assonante con le immagini che tutti conosciamo dell’assassinio di John Kennedy.
Il complesso e laborioso percorso artistico di Hellman con all’attivo non molti film (in tutto 18, in poco meno di sessanta anni e pochissimi giunti in Italia) induce, su quelle premesse, a ragionare sulle assonanze con il cinema di Bresson come ci suggerisce Paolo Vecchi che sulla ricerca del regista americano ha riflettuto (in Cineforum n. 178, ott. 1978). Ma lo si voglia accomunare alla poetica del maestro francese o piuttosto a quella di Beckett o ad entrambi per l’asciutta consistenza del suo lavoro, Hellman riesce a raccontare, come avviene in La sparatoria, quella parte di indicibile e segreta della natura umana, caratteristica precipua del già ricco contenuto del cinema di Bresson e ironico assunto del commediografo irlandese.
La sparatoria, giunto sui nostri schermi ben tredici anni dopo, ci conferma la misura artistica del suo regista consegnandoci un western anomalo, che solo in superficie riflette i caratteri del genere al quale appartiene, per diventare, piuttosto, una riflessione più profonda sul destino, sul concetto di fine e quindi di predestinazione e di nuovo, con queste parole, sembra di rivedere le immagini di Bresson, mentre assistiamo inermi al destino che si compie per i suoi protagonisti.

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Titolo: The Shooting
Regia: Monte Hellman
Interpreti: Warren Oates, Jack Nicholson, Milly Perkins, Will Hutchins
Durata: 82’
Origine: USA, 1966
Genere: western

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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