FILM IN TV – The Normal Heart, di Ryan Murphy

the normal heart
Ryan Murphy racconta il dramma dell'AIDS vissuto dalla comunità gay di New York nei primissimi anni '80 in un intenso film per la tv prodotto dall'agguerrita HBO e tratto dall'opera teatrale autobiografica dell'attivista Larry Kramer. Inizia come un thriller sanitario per poi diventare atto di denuncia e malinconico melodramma sulla morte e il lutto. Gran ritmo e intepretazioni memorabili (su tutti Mark Ruffalo). Lunedì 22 settembre, ore 21.10, Sky Cinema 1

È il 1981. Nella comunità gay si respira l’estasi sessuale libertaria faticosamente costruita negli anni Sessanta e Settanta. Per la società gli omosessuali sono ancora i diversi, costretti a nascondere gli orientamenti sentimentali della loro vita privata specie se personaggi di rilevanza pubblica (i casi di Rock Hudson, Liberace). Vivono nel loro mondo, come un clan  regolato da abitudini e regole proprie. Molti di loro sperimentano promiscuità e uno stile di vita eccessivo (rilevante uso di droghe, su tutti il popper usato come fosse un’aspirina e devastante per il sistema immunitario), finché qualcosa a un certo punto minaccia il loro mondo, la loro oasi felice come la Fire Island Pines che fa da sfondo al prologo di questo film per la tv prodotto dall’agguerrita HBO e realizzato da Ryan Murphy (che per il cinema ha realizzato Correndo con le forbici in mano e Mangia prega ama, ma è soprattutto celebre per aver concepito almeno due importanti serie di successo come Glee e American Horror Story). La minaccia si chiama AIDS ma i protagonisti di The Normal Heart non la definiscono così. Perché il film, che è tratto da una piece teatrale famosissima in America scritta da Larry Kramer (qui anche autore dell’ottima sceneggiatura) nel 1985, racconta appunto i primi anni dell’epidemia, quando ancora non era stata riconosciuta scientificamente e i gay vedevano i loro amici e compagni morire un giorno dopo l’altro colpiti da una malattia ignota.

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Per tutta la prima parte il film di Murphy racconta l’angoscia della morte e della malattia con i ritmi serrati del thriller sanitario. Con abilità ed economia di mezzi ricostruisce la New York dei primi Ottanta in cui lo scrittore e giornalista Ned Weeks – in tutto e per tutto l’alter ego dell’autore Larry Kramer, mirabilmente interpretato da Mark Ruffalo – cerca di battersi con l’opinione pubblica e le istituzioni per dare risonanza a un’epidemia che sono dopo alcuni anni e molte vittime cominciò a diventare di dominio pubblico in un’America improvvisamente moralista e puritana. Sono del resto gli anni in cui il repubblicano e reazionario Reagan diventa presidente – e il suo sarà un doppio mandato contraddistinto da una politica interna repressiva nei confronti delle minoranze e da una politica estera sfrenatamente anticomunista che si concluderà nel 1988 e verrà proseguita per altri 4 anni da Bush senior con un relativo cambio di rotta che avrebbe inaugurato le attuali guerre per il petrolio (Prima guerra del Golfo del 1991). Larry Kramer avrebbe raccontato l’ostruzionismo reaganiano nei confronti dell’AIDS in una seconda opera teatrale chiamata Just say no, ma a distanza di anni è soprattutto The Normal Heart a continuare a essere un classico della drammaturgia americana grazie al suo carattere intimista e alla forza immersiva con cui racconta un momento cruciale della comunità omosessuale.

Tutti questi elementi contribuiscono a renderla probabilmente l’opera più personale di Murphy, che qui riesce a ottenere interpretazioni memorabili dal suo cast (su cui spicca anche la dottoressa interpretata da Julia Roberts) e si concede un’autocitazione musical in stile Glee, nella sequenza del party sulle note recitate di The Man I Love. Il dramma dell’AIDS fa da sfondo a un melodramma impossibile tra un adulto e un giovane che la malattia interrompe violentemente. Siamo lontani dalla grandezza autoriale del Soderbergh di Dietro i candelabri, ma The Normal Heart è comunque un buon prodotto che da incubo generazionale diventa prima atto d’accusa per i diritti degli omosessuali e gradualmente amara riflessione sul lutto, sulla perdita e sulla solitudine dei sopravvissuti – come suggerisce il malinconico finale di Ruffalo rimasto solo ad ascoltare The Only Living Boy in New York di Simon & Garfunkel.
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