Forest – I See You Everywhere, di Bence Fliegauf

Vincitore dell’Orso d’argento per la migliore interpretazione non protagonista, il film è uno spaccato della società ungherese, diviso in sette episodi, sulla malattia, la morte e l’incomprensione

Uno sguardo indiscreto. Invadente, stretto ed ossessivo, interessato a polarizzare le posizioni, a rendere ogni parola con il suono di una recriminazione. Il cinema di Fliegauf trasmette una nevrosi con i colori naturali del disastro mentre si avvicina ai corpi e gli sta addosso, vive una distanza critica di imbarazzo ed incomprensione, al ritmo di un flusso frenetico di pensieri e parole. Rengeteg – mindenhol látlak si compone di sette episodi, vissuti dentro appartamenti pieni di nervosismo, i dialoghi sono spesso esasperati ed i litigi parte di un meccanismo senza via di fuga, costruiti per finire in una inevitabile resa dei conti. Malattia, mancanza di fiducia, gelosia, le tematiche si moltiplicano con il passare dei minuti, ma resta un costante senso di oppressione e l’immagine di un mondo finito al capolinea.

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Le trame sono degne di racconto breve di Carver, chiuse da un intervallo con minimi cambi di scena, girati prevalentemente in esterno, unici momenti di respiro in un insieme asfissiante, dominato da un’atmosfera tombale, in un rimbalzo di responsabilità dentro rapporti problematici, figli, genitori, amanti, l’intero universo relazionale trattato come un riserva infettata da un disegno di colpa. Un dissenso reciproco ben oltre i confini generazionali, focalizzato su personaggi caratterizzati da una fortissima componente di egoismo, un individualismo esasperato dall’emergere di seccature non evitabili. Droga, medicinali e terapie e santi e profeti.

Di concerto con l’approccio desolante, la fotografia segue la medesima strada, prigioniera di una luce finta, artificiale, al principio o alla fine della notte, così come la scenografia di case e appartamenti, importante per descrivere il disastro psicologico di individui appartenenti a classi sociali piuttosto agiate, a dimostrare l’indifferenza del Male nello scegliere le vittime per nutrire la propria fame. Gli elementi musicali sono assenti, per accentuare la sensazione di un vuoto esistenziale, una vulnerabilità, una debolezza, per riempire il silenzio di una tensione spasmodica, affilata come una lama.

Il film può essere considerato il sequel di quello omonimo girato nel 2002, presentato sempre a Berlino nella sezione Forum, con la medesima struttura narrativa e l’impianto minimale (uno stile non lontano dai dettami del Dogma), dove raccontava storie di vita dei giovani di Budapest, ma il regista è probabilmente più noto al grande pubblico per Womb, il dramma terribile di una donna interpretato da Eva Green.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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