Hereditary – Le Radici del Male, di Ari Aster

C’era una volta l’horror con le sue regole e i suoi schemi che, deformando le ossessioni, gli istinti e le paure, distorceva e frammentava il riflesso della vita, portando sullo schermo l’alterazione estrema della realtà, nelle accezioni più nere. Il cinema dell’orrore (nel suo raggio più ampio) è stato vicino alla sperimentazione, da Tobe Hooper a Gerard Kargl, ha fatto un discorso politico, da Romero a Brian Yuzna, ha radicalizzato la pulsione sessuale con autori come Tourneur, Borowczyk, De Palma. Ma la lista sarebbe troppo lunga. Una delle ultime tendenze in questo campo, soprattutto dei film più riusciti degli ultimi anni, è la riflessione sul genere che, ça va sans dire, porta a un ragionamento sulla contemporaneità e un regista di nome Wes Craven lo aveva intuito bene. Fine della premessa.
Hereditary è un film sulla nostalgia e allora stesso tempo sul fervore e sulle infinite possibilità a cui l’horror ci ha abituati.

Dopo la morte della nonna Elle, strani episodi nella casa dei Graham fanno presagire un tragico avvenimento. Ari Aster è al suo primo lungometraggio. L’atmosfera è densa, ovattata, poi la tragedia esplode e il film comincia una sorta di gioco con lo spettatore: tutto ciò a cui sembra tendere continuamente viene disatteso.
L’interpretazione di Toni Collette, meravigliosa e sopra le righe, marchia un’opera che in maniera ludica ci accompagna verso il caos. Per una durata di circa poco più di due ore, Hereditary è un crescendo di tensioni e dubbi che si insinuano lentamente per essere ogni volta smontati e derisi.
Metafora sull’elaborazione del lutto? Possessione e isteria? Discorso sull’implosione del nucleo familiare – nelle pieghe dell’ultimo Lanthimos? Tutto questo e anche molto altro: prepariamoci al fanatismo religioso, alle sette, all’esoterismo.

Guardare e amare un film come Hereditary significa anche fare un discorso sulle aspettative e sui desideri ogni volta inappagati dello spettatore. A rischio di inimicarsi qualcuno ma questo film, al pari di grandi autori – seppure di altre galassie – come l’ultimo Malick o Aronofsky e le sue madri, richiede ingenuità negli occhi di chi guarda. Con ingenuità non si fa riferimento a un atteggiamento passivo, piuttosto a una perdita di tante sovrastrutture che necessariamente il cinema in generale, e soprattutto il genere, negli anni ha costruito intorno al suo pubblico.
Le miniature delle case, l’arte di Annie Graham (Toni Collette), che spesso si confondono con la scena entro cui si sta svolgendo il film, sono la chiave di lettura per un’opera che non smette di giocare sulla finzione e sull’inganno. Più volte durante la visione ci si chiede se la stanza che stiamo guardando sia vera o siamo soltanto di fronte a una riproduzione. La manualità nella creazione della tante piccole case di Annie, con un atteggiamento quasi passatista (perdonate il termine), ci suggerisce e guarda nostalgicamente al lavoro manuale del cinema come fabbrica dalla produzione infinita di microcosmi e storie. E dunque, quale sarà l’eredità del genere in questa moltitudine riproduttiva?

Se da un lato i grandi maestri come Polanski, Friedkin, Rob Zombie (sì, proprio lui) e i più abili “mestieranti” à la James Wan, vengono amabilmente saccheggiati per tessere un labirinto delirante, dall’altro Aster riesce a mettere in piedi un originalissimo disegno che sicuramente resterà tra i titoli più audaci dell’horror degli ultimi anni. Con un cast ineccepibile, Hereditary non manca di momenti di cosiddetti jump scare e di un finale catartico che tutto fa tranne chiarire e distendere.
Menzione speciale per l’enorme Gabriel Byrne, qui ridotto giocosamente a un mero orpello, un padre passivo e stanco che subisce la nevrotica moglie come nelle migliori sitcom anni ‘90. Consigliato agli amanti del camino e delle torte alle noci.

Titolo originale: Hereditary
Regia: Ari Aster
Interpreti: Toni Collette, Gabriel Byrne, Alex Wolff, Milly Shapiro, Ann Dowd, Mallory Bechtel, Zachary Arthur
Distribuzione: Key Films/Lucky Red
Durata: 127′
Origine: USA, 2018