"House of the dead", di Uwe Boll

Esempio della cortocircuitazione dei video-games che diventano films, quest'ultimo orribile horror sfornato per ragazzini di bocca buona è una vera casa della morte cinematografica, impegnata in un distruttivo stillicidio dell'essenza di questo genere morto-vivente nel suo continuo perire/risorgere seguendo/contraddicendo mode distributive e visive

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Il binomio isola-zombie viene da lontano, precisamente da quel 1932 nel quale Bela Lugosi fu protagonista di White zombie (che è anche il nome del gruppo musicale guidato dal regista di La casa dei 1000 corpi!) da noi noto, appunto, come L'isola degli zombie. Dimenticatevi l'atmosfera gotica, soprannaturale della pellicola e dei sublimi horror tourneuriani del decennio successivo, come pure dell'esotica Haiti: in House of the dead attracchiamo in una ben più squallida isola al largo della Florida dove splatter e gore vanno a braccetto senza mezzi termini e il romanzesco orrore profuso da Herbert G. Wells nei folli esperimenti del suo dottor Moreau, magnificamente e così diversamente incarnato da Laughton e Brando rispettivamente nelle versioni del '33 e del '96, si disperde in uno scienziato-avventuriero che alimenta la propria immortalità usando gli zombie come captatori di rivitalizzante sangue. Il solito manipolo di ragazzotti e ragozzotte cresciuti con altri tipi di carne, gli hamburger, sbarca credendo di partecipare ad un mega-rave, invece il festino lo contro-organizzano a loro spese le orde di famelici morti-viventi. Esempio della cortocircuitazione dei video-games che diventano films, quest'ultimo "orribile horror" sfornato per ragazzini di bocca buona è una vera "casa della morte" cinematografica, impegnata in un distruttivo stillicidio dell'essenza di questo genere morto-vivente nel suo continuo perire/risorgere seguendo/contraddicendo mode distributive e visive. House of the dead brancola nel buio filmico che più terrorizza lo spettatore: quello di chi non sa dove andare e come arrivarci. Boll tenta di trarre spunto dagli splendidi zombie di angosciosa matrice romeriana, velocizzati per stare al passo con la frenesia contemporanea, del Boyle di 28 giorni dopo, ma attua una traslazione "copia e incolla" nella quale si perde per strada tutta l'indefinibile carica sovversiva che teneva su di giri il motore della macchina-cinema del regista di Trainspotting e di angoscioso (e rabbrividente) nel film finisce per rimanervi solo la povertà semantica ed emozionale del pasticcio che imbastisce. Il coraggio innaturale dei personaggi li bidimensionalizza insopportabilmente, parificandoli ai protagonisti di un game (e non ci vengono risparmiati fastidiosi inframmezzamenti di fotogrammi-flash del videogioco omonimo, durante le azione guerresche) e il regista "manovra" questi esseri in carne ed ossa credendo di trovarsi tra le mani non una mdp ma un joystick. Ma il cruciale, imperdonabile errore di Boll è che si guarda bene dall'evitare quell'auto-ironia che tanto ha giovato a quel geniale manipolatore e re-inventore del genere che è Craven e che avrebbe potuto risollevare la qualità di questo mediocre prodotto. Ed ad affossare ancor più, "a posteriori", quest'ennesima pietra tombale nell'ormai affollatissimo cimitero dei fallimentari horror estivi che suggellano ogni anno la difficoltà di dominare un territorio così sfuggente nel suo essere contaminato e contaminante, ci pensa la notizia, che conferma il vecchio detto che "al peggio non c'è mai fine", nella quale il regista si dimostra diabolico nel suo cortocircuitante perseverare: sta, infatti, girando un'altra pellicola horror, In The Dark, basata sul popolare e omonimo video-game dell'Atari. A giudicare dai risultati del primo tentativo: decisamente "repetita (non) iuvant".

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Titolo originale: id.


Regia: Uwe Boll


Soggetto: Altman e Dan Bates


Sceneggiatura: Mark Altman e Dave Parker


Fotografia: Mathias Neumann


Montaggio: David M. Richardson


Musiche: Reinhard Besser


Scenografia: Tink


Costumi: Lorraine Carson


Interpreti: Ona Grauer (Alicia), Jonathan Cherry (Rudy), Tyron Leitso (Simon), Enuka Okuma (Karma), Jurgen Prochnow (Kirk), Will Sanderson (Greg), Ellie Cornell (Casper), Sonya Salomaa (Cynthia), Clint Howard (Salish), Kira Clavell (Liberty)


Produzione: Boll KG, Mindfire Entertainment e Brightlight Pictures


Distribuzione: Mediafilm


Durata: 93'


Origine: Usa/Canada/Germania, 2003



 

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