Il D-Day "sbarca" a Studio Universal


Una marcia filmica che "profuma" di guerra quella che questa mattina terrà incollati al teleschermo, poco dopo l'alba, insonni, mattinieri e appassionati del genere. A 60 anni esatti dallo sbarco in Normandia, Studio Universal propone, infatti, otto sentieri marziali dedicati al cinema bellico a stelle e striscie in una maratona intitolata "D-Day". Si parte alle 6 spaccate ma qualche anno prima di quel cruciale 6 giugno del '44, precisamente nel dicembre del 1941, con Prima vittoria (1965) del grande Otto Preminger, unica incurisione guerresca della sua carriera che vede sfilare una discreta parata di star come John Wayne, Kirk Douglas e Henry Fonda ma conta anche un giovane ma già riconoscibile Larry Hagman (eternato nei panni di J.R. nella soap-cult Dallas) e una brava Barbara Bouchet pre-commedia sexy all'italiana che interpreta la moglie di Douglas. Anche se Preminger dimostra di non avere nelle proprie corde questo genere, ottiene buoni risultati in insoliti approfondimenti umani dei personaggi intrecciando il melodramma e lasciando sullo sfondo l'attacco giapponese contrariamente a ciò che farà quasi 40 anni dopo Michael Bay in Pearl Harbour. Comunque sarebbe stato preferibile optare nel palinsesto per un altro "prima" bellico: Prima linea, masterpiece di Aldrich. Ore 8.35: è ora di Mac Arthur, il generale ribelle (1977) del solido Joseph Sargent (chi non ha ammirato il suo gioiello di essenzialità cine-televisiva Il colpo della metropolitana?) che mostra i suoi anni e dove il bio-pic del generale e capo supremo delle forze armate Usa con ambizioni megalomani (voleva allargare le ostilità dalla Corea nientedimeno che alla Cina) che lo fecero destituire per mano del presidente Truman, è incarnato con la consueta, millimetrica misura da Gregory Peck che però non riesce a cancellare la precedente, magnetica e indimenticabile interpretazione della vita di George C. Scott in Patton, generale d'acciaio, altro ritratto di un grande militare "bigger than life" a fianco del quale Peck è degno di stare, invece, col suo magistrale generale Savage del magnifico Cielo di fuoco di Henry King.


Ma la mattina avanza e alle 10.45 è il momento di gettarsi ne La battaglia di Midway (1976) di Jack Smight, che mostra anche mediante spezzoni documentarii lo scontro aereo-navale che nel giugno del '42 bloccò l'espansione nel Pacifico dei giapponesi. Le scene degli affondamenti delle portarei degli opposti schieramenti sono ottimi esempi della spettacolarità della quale è capace la macchina Hollywood e nonostante una certa pesantezza narrativa nel fitto del cast all-stars è difficile dimenticare l'ammiraglio Nimitz di Fonda ma, soprattutto, il feroce e ieratico ammiraglio Yamamoto di Toshiro Mifune. Alle 13 un documentario, Il D-Day di John Ford che come Capra e altri ne girò numerosi sulla seconda guerra mondiale (e nel '51 This is Korea!, sulla guerra di Corea), anzi suo è proprio The battle of Midway del '42, primo documentario di guerra americano, girato proprio durante la battaglia da un Ford ferito durante il primo attacco e premiato anche con un Oscar. Scarto di registro alle 13.35 con un Billy Wilder alla sua seconda regia in I cinque segreti del deserto (1943), ovvero i cinque, vitali luoghi di rifornimento, munizioni e acqua nel deserto che un agente segreto britannico (Franchot Tone, La donna fantasma di Siodmak) riesce a carpire in un albergo al feldmaresciallo Rommel (un von Stroheim che non ha nulla da invidiare al pendant interpretativo James Mason di Rommel, la volpe del deserto) grazie a una cameriera francese (Anne Baxter). Travestimento, acuminato umorismo e senso della suspense già rodato per il capolavoro noir dell'anno dopo (La fiamma del peccato) sono le armi che impugna Wilder per un apprezzabile risultato. La croce di ferro (1977), alle 15.10, è anche per Peckinpah l'unica pellicola di guerra realizzata, ambientata nel '43 sul fronte russo durante la ritirata tedesca, attinge alle risorse di un trio "d'acciaio" composto da Coburn-Mason-Schell che si offre per un caustico, accecante e allucinatorio atto d'accusa al valore della guerra e ai clichés del genere bellico in cui non manca la morte al ralenti, marchio di fabbrica del regista.


Appuntamento alle 17.10 per Il giorno più lungo (1962), due Oscar (per fotografia ed effetti speciali) per questa coda di programma centrata proprio sul D-Day, che in una sfilata kolossale di divi da tramortire chiunque segue, con inevitabile dispersione in 3 ore di pellicola, direzioni umane e d'azione plurime che cercano di sintetizzare le storie di quei 3 milioni di soldati, 11.000 aerei e 4.000 navi (!) che sbarcarono e liberarono il vecchio continente dallo spettro terribilmente concreto del nazismo. Chiusura sotto un'impressionante (perché realistica) tempesta di fuoco: quella che si abbatterà dalle 21.05, per i primi 24 minuti, in Salvate il soldato Ryan (1998) di Spielberg. Testimonianza ed esperienza d'antologia del/sul potere visivo e soprattutto sonoro del cinema, insomma della sua completa fisicità percettiva, che poi evolve nel proseguo dell'opera in forme che lasciano sempre aperto uno spiraglio su una certa furbizia semplicistica (occultata da un involucro complesso) nel valutare l'opportunità delle guerre e in un inanellamento di ridondanze tenute sotto controllo dal mestiere sopraffino del più grande narratore puro del cinema moderno, ma che sentirà sempre su di sé il terribile peso di aver soffocato l'attenzione verso il film sulla guerra più necessario dai tempi di Full metal jacket: La sottile linea rossa di Malick.