Il fascino discreto della borghesia, di Luis Bunũel

Il geniale regista spagnolo, negli anni ‘70 realizzò, in sequenza tre film, gli ultimi della sua produzione, che sembrano tradurre il suo stato d’animo all’arrivo di una nuova epoca di assestamento e di rivoluzione di valori. Luis Bunũel è stato un regista sicuramente originale che al di là di ogni infatuazione psicoanalitica, anzi persino refrattario ad una valutazione della sua opera in tale senso, ha, per gran parte della sua carriera, realizzato dei film in cui lo stato onirico o il piano surreale del racconto diveniva forma comune della narrazione. Egli stesso definiva le sue sceneggiature come surrealiste. Allo stesso tempo però il suo cinema si conformava ad una realtà possibile, affetta da una alterazione a volte evidente, a volte ricercata che la rendeva invisibile, ma sempre con una sottile marcatura trasgressiva che costituiva il marchio di fabbrica di una mente vulcanica, immaginifica, creatrice di racconti e di Il fascino discreto della borghesia, 1972affabulazione. È forse per questo che il suo cinema contiene quella traccia di eternità che sembra svincolarlo da ogni tempo e da ogni contingenza, legato come è all’esistenza dell’uomo e alla ineluttabile perdizione che la natura umana si porta dietro.


Il sottile pessimismo di Bunũel e la sua anima ludica si coglie leggendo la sua biografia dal titolo evocativo Dei miei sospiri estremi che più di una sorpresa riserverà all’appassionato cinefilo o a chi si è accostato anche occasionalmente all’opera del regista spagnolo. Prima fra tutte la non indispensabile interpretazione intellettualistica del suo cinema e non ultima l’avere potuto inserire proprio in Il fascino discreto della borghesia, la sua ricetta del martini dry. Era la sua formazione surrealista che lo conduceva a riversare nei suoi film i piccoli episodi Il fascino discreto della borghesia, Bunũelpersonali, i sogni magari dissonanti con il tema del racconto, le sue opere diventavano una specie di limbo in cui l’informità dei sogni e delle coincidenze assumevano un profilo e una consistenza. Una vera proiezione della coscienza segreta, in una alterità del cinema non declamata, ma piuttosto connaturata alla stessa realizzazione. Nel rispetto di una tradizione iberica di condensazione della realtà forse inaugurata, ma con altri intenti da Calderon de la Barca.
Per questo il lavoro di Bunũel è stato sempre molto personale, lontano da ogni corrente e da qualsiasi scuola cinematografica.
Nella sua ricerca e arrivando a questa ultima produzione, inaugurata con Il fascino discreto della borghesia (1972), premiato con l’Oscar per il miglior film straniero e poi a Il fantasma della libertà (1974) e infine a Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977), il regista spagnolo sembra avere voluto progressivamente svuotare il suo cinema da qualsiasi orpello linguistico, da ogni articolata costruzione che potesse ostacolarne la comprensione. Il suo cinema diventa semplice, semplificati i dialoghi, azzerate o minimizzate le articolazioni narrative, fatti salvi i rimandi surreali quasi extratestuali. I suoi film diventano parabole laiche sganciate da ogni Il fascino discreto della borghesia, Luis Bunũelmoralizzazione, ma carichi di un’etica da ricavare con un’operazione a contrario, tipica della lezione surrealista e di tutta quella fervida cultura di inizio ‘900 che il regista spagnolo ha respirato e di cui è stato, per la sua parte ispiratore (è necessario ricordare la bella e affettuosa, ma sicuramente assai veritiera ricostruzione che ne fa Woody Allen in Midnight in Paris?).
Il fascino discreto della borghesia, il cui titolo si pone già in palese antinomia rispetto al suo contenuto e sul quale ha influito la casualità fortuita e l’ispirazione del momento con la collaborazione del fidato Jean Claude Carrière, è tutto centrato sulla vicenda di sette personaggi: due coppie, un vescovo, un ambasciatore e la sorella di una delle donne delle coppia, tutti di alta estrazione sociale. In una sequela di incontri provano a sedersi attorno ad un tavolo per mangiare, ma qualcosa interrompe sempre il tentativo. Il racconto lentamente si confonde con i sogni o nel racconto di sogni di personaggi che occasionalmente entrano in scena, pur restando la narrazione su un piano di credibilità. I sogni acquistano man mano la forma degli incubi che come scatole cinesi si susseguono Il fascino discreto della borghesiascardinando ogni concetto narrativo consueto, conferendo al racconto quella trasparenza surreale ben mimetizzata nella gestualità e nel dialogo apparentemente normale.
Sberleffo contenuto e controllato, ma inesorabile, contro la convenzione sociale di una classe ben più ampia di quella rappresentata e che sicuramente non va considerata solo in ragione del censo, quanto, piuttosto, in adesione o meno ad una morale ipocrita. Sotto altro profilo è vero che Bunũel sia stato sempre geniale nell’instillare la follia manifesta dentro l’apparenza della normalità e in questo il suo cinema non ha eguali. I suoi personaggi sono sempre colti nell’atto della metamorfosi, appaiono fluidi nel loro divenire, ambigui come accade nell’esemplare finale di El che resta forse uno degli esempi più lampanti di questa sintesi espressiva che trasforma la riflessione sull’ossessione in stile della narrazione.
Il fascino discreto della borghesia arrivando negli anni ’70 quando la poetica del regista aveva consolidato le sue caratteristiche, è carico di manifeste e più segrete tracce, di sottotesti che aprono ulteriori mondi e lo straordinario è che tutto accade solo in una sorta di sopramondo che ci è quotidianamente vicino. Ma tutto nel film segna il senso di decadenza in un nel clima leggermente grottesco che si respira. Il prete uccide il moribondo che gli confessa essere stato l’assassino dei genitori dello stesso prelato, il diplomatico spara dalla finestra della sua ambasciata contro una donna sospettata di terrorismo, i tre uomini del gruppo trafficano in droga e l’ambasciatore ha una tresca con la moglie dell’amico. Una borghesia che cammina, nei siparietti desolanti tra un episodio e l’altro, su una strada verso nessun dove così come Il fascino discreto della borghesia_2tenta inutilmente di sedersi a tavola per consumare un pasto che solo alla fine sarà consumato. Una classe sociale, senza particolari riferimenti politici, si tratta più che altro di una condizione dell’anima, che vaga senza direzione e priva di spinte morali, depressa in una costante amoralità cui partecipano tutti, chiesa e politici compresi. Il film è un lungo e ininterrotto atto mancato così come, in forma più drammatizzata, lo era stato L’angelo sterminatore e nelle forme ancora più estreme Il fantasma della libertà.
È così che i film del maestro spagnolo ci affascinano nel segreto della loro essenza. Perché raccontano quello che altri non hanno mai raccontato, i segreti e le ansie, i sogni e le ossessioni che spezzano il ritmo della realtà diventandone parte e trasformandola.

Titolo originale: Le charme discret de la bourgeoisie
Regia: Luis Bunũel
Interpreti: Fernando Rey, Paul Frankeur, Delphine Seyrig, Jean-Pierre Cassel, Stéphane Audran, Bulle Ogier, Julien Bertheau, Claude Piéplu, Milena Vukotic.
Durata: 105’

Origine: Francia, Spagna, Italia, 1972
Genere: Grottesco