Il maledetto, di Giulio Base

Basato sul Macbeth di Shakespeare, si muove a metà fra il racconto criminale e la tragedia teatrale. Pur con i suoi difetti, è interessante, ben recitato e con una solida trama. Freestyle

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La mafia italiana (in questo caso nella specifica variante della Sacra Corona Unita pugliese) si interseca con l’opera shakespeariana spogliando l’uno e l’altro elemento del cliché e della tradizione che si portano dietro. I temi, solidi e universali, che emergono nella tragedia di Macbeth vengono applicati ad una storia di criminalità contemporanea, con alcuni lampi riusciti nell’adattamento (uno su tutti il finale scenografico e “tecnologico”). Intelligenti sono anche alcuni aggiustamenti rispetto alla storia originale, dovuti alla maggior fluidità e contemporaneità del setting. Michele Anacondia (interpretato da Nicola Nocella, ben in parte), è la versione più assurda del protagonista tragico che ci potesse aspettare, specialmente visto la sua presenza inizialmente estremamente innocente e tranquilla (seppur venga chiamato “pecoraro pazzo”) nonostante sia chiaro sin da subito il suo collegamento al mondo della mala vita. A farlo impazzire di rabbia sarà la morte di suo figlio, causato dalla famiglia rivale. Inoltre, esattamente come nel testo originale, anche sua moglie, Leda (una giovane ma già brava Ileana D’Ambra) giocherà un ruolo importante nel convincimento di Michele a spingersi oltre e a cercare di scalare i ranghi della Sacra Corona Unita, anche sotto consiglio di una anziana veggente, che ricalca le tre streghe shakespeariane.

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Il film di Base, pur con i suoi difetti, ma è sicuramente un film interessante, ben recitato e con una solida trama, aiutata dalla presenza dell’ispirazione di una delle tragedie più amate di tutta la letteratura. C’è però un lieve sbilanciamento in parte percepibile, fra la durata e l’intensità della prima parte rispetto alla seconda. Il film si prende molto tempo, forse troppo, a portare la storia al suo vertice di tensione, a cui arriviamo solo dopo decine e decine di minuti. Da lì in poi il climax non scende quasi mai perché vengono inanellati uno dietro l’altro una serie di atti cruenti quasi senza pause e si sente in più momenti la necessità di tempi più dilatati, volti a una maggiore riflessione. Questa può senza dubbio essere una scelta registica anche condivisibile, ma la sensazione è che avremmo voluto che il tormento di Michele fosse più approfondito e che lo spettatore potesse condividere più a lungo il suo travaglio interiore. Il maledetto resta però un lavoro di buona fattura, le riprese e il montaggio sono quasi sempre ottime e la fotografia gioca spesso sui colori del bianco e del marrone, come le colline nelle quali si ambienta il film, che può così vantare una delle ambientazioni più belle e memorabili tra quelle del suo genere. Questi esperimenti di ibridazione fra cultura italiana e letteratura europea, anzi mondiale, sono da favorire a tutti i costi, perché nonostante ci si addentri in un territorio estremamente pericoloso, in cui ogni passo potrebbe essere potenzialmente falso, ci si può infine trovare con un prodotto dai tratti originali. Inoltre si può forse avvicinare un parte del pubblico, magari attratto dalla violenza e dalla criminalità dei film di mafia, come in questo caso, all’introspezione e alla riflessione sull’essere umano, propria delle opere dei più grandi autori del passato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3
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Il voto dei lettori
3 (2 voti)
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