Il posto, di Ermanno Olmi

Sai una cosa? Domenico come nome ti si addice… perché sei un po’ antico anche tu come il tuo nome”. Questa frase che Olmi affida ad Antonietta, la ragazza interpretata da Loredana Detto, sua futura moglie, è molto più di una semplice battuta. Assomiglia a una spina nel cuore. Perché, seppur con tutta la tenerezza di questo mondo, è la sentenza di uno scollamento insuperabile. Che è innanzitutto quello tra il giovane e timido Domenico e l’attualità del suo tempo. Il ragazzo vive in una cascina di Meda, alle porte di Milano, viene da una realtà che è ancora collegata a dinamiche antiche, rurali. Ma tutto intorno sta cambiando, le case, le chiese, lo spazio che non connette più, che funziona solo da deposito e da smistamento temporaneo. Il posto è altrove, nella grande città. Il padre di Domenico si sveglia all’alba per andare a lavorare in fabbrica. Ma anche lui è già disintegrato. Figlio di un’altra epoca della storia, non riconosce più le cose. Perciò si lamenta anche di un’innocente “fuga” di Capodanno: “eh sì, alla sua età, io non andavo mica fuori di casa la sera”. È una risposta ideale ad Antonietta. Il controcanto.

Domenico, insomma, è troppo moderno per il padre. Ma è ancora un po’ antico, troppo al di qua del presente, rispetto alle dinamiche delle mode, alle richieste più sincere e immediate della sua generazione. Sì, canta Ciao, ciao bambina, ma non sa ballare. Sogna il primo stipendio e la motocicletta, ma litiga ancora come un ragazzino, per una cinghia da libri. Beve il caffè, ma perde il cucchiaino. Spera di fare un figurone col nuovo impermeabile sportivo, con quel cappello da facchino delle SS, eppure non sta nei panni, tutti troppo grandi. Domenico è ancora inadatto. Forse come ogni adolescente, come un Doinel qualsiasi, ma senza l’inquietudine esplosiva della ribellione. È, nonostante tutto, fuori posto. Come gran parte dei personaggi di Olmi, in fondo, i santi bevitori o gli illustratori appassionati d’araldica, abbandonati ai margini di un bar o inchiodati alla sbarra di un tribunale, sospesi nella dimensione ideale di un tempo più umano, oltre i vortici del progresso.

Sì, Domenico è fuori posto. Come ognuno. Tutti riflessi singolari di una trasformazione collettiva, che non è solo il dato storico dell’industrializzazione forzata, dello sventramento generale, dei cantieri di una Milano da ricostruire da zero e poi da bere, ma è anche, soprattutto, la verità di un cambiamento inesorabile che è nelle persone. Questa benedetta, maledetta città…

Il posto è come la frase di Antonietta. Pur con tutta la a sua delicatezza, assomiglia a una condanna, nella sua lucidità senza sconti. Quella lucidità degli occhi di Domenico che guarda il mondo di lato, in silenzio, quasi di nascosto, rasente il muro. E la sua prospettiva ancora intatta, vergine, coglie già le smagliature, le dissonanze, gli strappi. Gli occhi grandi di Sandro Panseri sono un po’ gli stessi occhi di Olmi, che sembra regalarci dei bozzetti, dei piccoli personaggi da presepe, ma arriva dritto al cuore delle cose, al nostro sradicamento profondo da pesci fuor d’acqua. Raccontando la realtà dei tempi e dei luoghi, attraversando tutta la distanza che separa l’elegia nostalgica dalla implacabile geometria dei piani regolatori che dettano le traiettorie della città in divenire. All’improvviso, riconosciamo, uno dopo l’altro, la perdita dell’incanto, la fine dell’illusione comunitaria, la divisione istituzionalizzata, l’inquadramento e la meccanizzazione del lavoro, la malattia delle gerarchie e dei rampantismi. E, in fondo, la scoperta della solitudine. Che non è più la croce e l’orgoglio dei poeti, degli innamorati, delle anime sensibili. Ma è cosa che riguarda tutti, è solitudine democratica.

Eppure, non c’è da disperare, sapete. Il giovane Olmi è un po’ antico, come il suo ragazzo. È fuori posto, e perciò guarda le cose da una prospettiva eccezionale. Anche se intercetta le nuove onde e i nuovi linguaggi tra le riprese rubate dal caos della strada, si sofferma sui segni del tempo andato, sulle cose minime e senza peso del quotidiano, s’intrattiene con i vecchi per recuperare le bombe inesplose della storia, per imparar da loro un modo di vivere, mangiare e bere, un terreno buono per ripiantare gli alberi sradicati. È quella straordinaria ostinazione all’ottimismo che dicevamo, il cuore umano di Olmi che ancora crede che correre tenendosi per mano sia una promessa. Umano fino alla morte, a quella frattura del tempo che non può essere vista e raccontata, ma solo suggerita da un fermo immagine, da brandelli di spazio deserto, abbandonato. È un momento vertiginoso come pochi, come forse certi finali hustoniani tra Fat City e Wise Blood. È il momento in cui il cinema si ferma sulla soglia di questo maledetto mistero. Non può dire oltre eppure è più di quanto io riesca a dire.