Il principe di Homburg, di Marco Bellocchio

I sogni e le fiabe, anche se sono irreali, devono dire la verità.


Sarchiapone, Bella e perduta, di Pietro Marcello

Il proscenio diventa cinema e il cinema si arricchisce della luce che restituisce le forme e il colore ai corpi nei primi piani o nei campi lunghi degli interni arredati anch’essi da una luce profonda e avvolgente.
Il principe di Homburg (1997) è tra i film più ricercati di Marco Bellocchio, un’opera in cui la sua vena estetica, sempre molto marcata, qui è al servizio della vicenda del trasognato principe diviso tra il desiderio dell’obbedienza e il comportarsi secondo ciò che è giusto, secondo coscienza.
Il dramma in cinque atti di Heinrich Von Kleist mette in scena il tormento etico dell’obbedienza, il principe nella battaglia contro gli svedesi non ha obbedito agli ordini e senza attendere il segnale del suo superiore ha lanciato la cavalleria in battaglia e per Il principe di Homburgquesto viene condannato a morte. Lo zio, il Grande Elettore e comandante dell’esercito, su preghiera della giovane e bella Natalia innamorata del principe, lo grazia. Homburg non può accettare, il disonore che lo colpirebbe sarebbe non sopportabile, ma anche la paura della morte lo angoscia e gli fa perdere interesse alla vita. Ancora una volta la sua vita è messa davanti ad un bivio ed occorre una scelta. Ma Homburg si risveglia nello stesso giardino dove la vicenda era cominciata, la dove ha sognato il suo dramma e dichiarato di rinunciare alla felicità. Homburg è un eroe romantico e per questo è votato alla sconfitta, alla morte, ma sempre nella piena dignità che si addice ad un soldato.
Un film complesso Il principe di Homburg che facendo leva sull’autorevolezza del testo classico costituisce, secondo le auree regole della classicità, un senso di modernità che non perde in efficacia neppure ripensando all’epoca (1811) in cui fu scritto. Il tema universale della morale che si ritrova disseminata nella letteratura classica qui è catturata con elegante fattura dal cinema di Bellocchio che sul dramma antico costruisce, nel rispetto fedele del testo, un’opera che non perde in smalto neppure Il principe di Homburg_2dopo vent’anni dalla sua realizzazione. Come sempre anche in questo film la sua è una regia sempre molto attenta, il suo cinema si adatta all’esigenze del teatro, senza mai divenire teatro filmato e il ritaglio di certe inquadrature ripropongono quel rapporto anche in dimensione con il teatro che improvvisamente, con un calibrato movimento di macchina, ritorna alla sua natura cinematografica in una continua e per nulla disturbante convivenza.
Bellocchio conosce bene il denso valore dell’immagine e il dosaggio delle luci di Giuseppe Lanci condensa, nei primi piani dei personaggi, quello sguardo nel cuore degli uomini che il film vuole gettare, secondo le parole dello stesso Bellocchio. I campi lunghi degli interni sono modellati anch’essi, come si diceva, da un uso più che sapiente dei fasci di luce che offrono una originale profondità di campo e nella sospensione del tempo che sembrano suggerire, lo sgomento del dramma e l’antica paura della morte.
È interessante provare ad entrare nel clima dei numerosi piani di lettura che il film offre. Un primo piano è quello della vicenda in sé e per sé che con Von Kleist si arricchisce di riferimenti storici e ad un malcelato orgoglio per la potenza prussiana all’epoca vera Il principe di Homburg, Bellocchiomacchina da guerra. Il sogno dal quale Homburg si risveglia impone al protagonista prima e allo spettatore dopo, di rileggere l’intera vicenda di cui lo stesso principe è stato protagonista. Una rilettura che sia legata alla psicoanalisi fase dalla quale il cinema di Bellocchio si era appena affrancato (il precedente film era Il sogno della farfalla, ultimo nato dalla collaborazione con Massimo Fagioli) e questo invece segna forse il passaggio ad un’altra fase del percorso artistico del regista.
Il risveglio del protagonista e la consapevolezza del sogno trasforma il senso di realtà fino a quel momento conosciuto, rimuovendo ogni effetto incombente, ma lasciando un sottile senso di angoscia che non lo abbandona neanche nel felice finale che sembra sciogliere ogni paura. Homburg può rimuovere il segreto timore della morte che si era fatto forte quando guardava chi scavava la fossa per la sua tomba. In questa nuova dimensione semi onirica del sonnambulismo, anche i campi lunghi degli interni assumono una nuova dimensione, una più precisa collocazione anche visiva. Il film sembra quindi adattarsi a questa condizione tanto da assumere le sembianze di un cinema sognante in bilico tra l’irrealtà scenografica e quella tridimensionale del sogno. Ne risulta un’opera profondamente vera perché sancisce alcune delle verità del cuore degli uomini. Trovano così conferma le sagge parole del bufalo Sarchiapone di Bella e perduta che riaffermano una realtà mai eludibile per ogni racconto che si vuole fare spettacolo.

Regia: Marco Bellocchio
Interpreti: Andrea Di Stefano, Toni Bertorelli, Barbora Bobulova, Anita Laurenzi
Durata: 85’

Origine: Italia, 1997
Genere: Drammatico