Il regno, di Francesco Fanuele

Sintomatico in quanto esordio e illustrativo rispetto al rapporto col genere principe della nostra cinematografia, Il regno del trentaduenne Francesco Fanuele è un’opera meno (inconsciamente?) innocente di quel che voglia apparire. L’improvvisa eredità che il protagonista Giacomo (Stefano Fresi) ottiene all’improvviso di un piccolo dominio para-medievale alle porte della Salaria lo costringe a trasferirsi nei suoi nuovi possedimenti ed adeguarsi allo stile vita del 1100 D.C. imposto dal tirannico padre. Uno spunto illuminante e foriero di gag che il regista, co-autore della sceneggiatura insieme a Stefano Di Santi, mostra di saper maneggiare con sapienza, sia quelle più immediate – i differenti usi e costumi, l’abbandono della tecnologia, il feudalesimo dei rapporti – sia quelle più ponderate – la solitudine del monarca, le tendenze assolutistiche del Potere, la distorta nostalgia del passato. Fanuele ha il principale merito di aver ideato un soggetto narrativo che ben si attaglia alla storia del Belpaese, ad ondate avvinto dalla malia dell’autarchia politica/economica. Dall’Età comunale che proprio nel Medioevo visse per qualche tempo del sogno di enclavi cittadine che potevano fare a meno degli Stati in cui risiedevano, alle corti rinascimentali, su su fino alle confuse ribalderie fasciste e all’affrancamento dall’Unione Europea che è richiamato ancora adesso in molte sedute dell’odierno Parlamento. Il regno sceglie però di limitarsi ad evocare piuttosto che a sostanziare i rapporti con l’attualità sviluppando poco le due micro-storie potenzialmente collegate. L’annessione delle campagne vicine riuscita grazie all’affrancamento fiscale ai danni dell’esoso Stato italiano e il rifiuto degli stranieri da parte della popolazione del minuscolo principato sono troppo esangui per poter dispiegare la loro carica satirica. Dal punto di vista battutistico il film prodotto da Fandango e RaiCinema inanella una serie di momenti riusciti, grazie anche all’evidente intesa tra Stefano Fresi e Max Tortora, ma che forse prestano un po’ troppo il fianco ai ritmi veloci della televisione non riuscendo o non volendo creare allo stesso tempo un climax tematico. L’impossibile redenzione del re Giacomo I, giocata con un sapido montaggio, e il mancato finale ottimistico smascherano infatti solo in parte i limiti di una scrittura interessata più alla risata che al sorriso amarognolo.

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Si spiegano così anche i riferimenti alla scelta di tifo tra Lazio e Roma, alla cipolla che non va messa nella carbonara, alla carreggiata esterna del GRA, che sono la spia autoriale/produttiva di come l’intero pubblico nazionale venga recepito ancora e sempre romano-centrico. Ma se a livello meramente commerciale Il regno rimane un prodotto qualitativamente valido e già in grado di battagliare alla pari con i grandi nomi del nostro cinema, esso è anche occasione per una riflessione sul ruolo della commedia all’italiana e sui suoi lasciti nella nuova generazione, rappresentata dal già maturo esordiente Fanuele. Come il Medioevo che da alcuni decenni ha avuto una rivalutazione da parte di quasi tutte le scienze sociali, Il regno è paradigmatico nel recupero di una tradizione che non si rifa solo e necessariamente a quella oramai classica degli Age e Scarpelli ma ha soprattutto evidenti filiazioni con quella più culturalmente ambivalente ascrivibile alla corrente del cinepanettone. L’opera prima di Fanuele è allora una commedia che da una parte continua a mantenere connessioni col sociale (Giacomo è un solitario autista Atac che abita in un antiquato appartamento e venera la madre) ed allo stesso tempo continua a nutrirsi delle maschere borghesi de-costruite intelligentemente da Vanzina e soci (l’Avvocato, rigorosamente con la maiuscola, che oscilla tra raffinatezza linguistica e volgarità colloquiale). “Non si può ereditare ciò che non si comprende” – avverte Lisa il fratello Giacomo ad un certo punto del film, quando egli fallisce nell’incistare a forza le sue strutture mentali su quelle dei suoi sudditi. Il regno invece padroneggia il suo retaggio e lo modella a questi tempi acritici, contentandosi di qualche balenio sarcastico e di una genetica felicità comica. Che sia questo rifiuto del presente extradiegetico la forma di autarchia cinematografica della commedia all’italiana degli anni Venti?

 

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Regia: Francesco Fanuele
Interpreti: Stefano Fresi, Silvia D’Amico, Francesca Nunzi, Max Tortora, Liliana Fiorelli
Distribuzione: Fandango
Durata: 97′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)

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