Il rigore e il travaglio interiore. Gabriele Ferzetti

“Un artista, un artista vero e non uno la cui professione borghese sia l’arte, uno predestinato e condannato, lo si riconosce tra mille, anche con uno sguardo non molto esperto… Nel suo viso si legge il senso dell’isolamento e dell’estraneità, la consapevolezza di essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e di smarrito nello stesso tempo. Qualcosa di simile si può osservare nei tratti di un principe che cammini tra la folla in abiti borghesi.”

Thomas Mann Tonio Kroger

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gabriele ferzetti e belinda lee in la lunga notte del '43Dall’alto dei suoi novanta anni di vita, Gabriele Ferzetti ha chiuso gli occhi con molte soddisfazioni e pochi rimpianti. Nell’età d’oro dei Gassman, dei Tognazzi, dei Sordi, dei Manfredi, il grande attore romano si è ritagliato un ruolo particolare nel panorama cinematografico lasciando un segno indelebile in molti dei film da lui interpretati. La sua recitazione era immediatamente riconoscibile per una particolare caratteristica: al rigore classico di derivazione teatrale aggiungeva una particolare forma di travaglio interiore che come un’ombra offuscava l’espressione apparentemente solare del viso. I suoi personaggi nascondevano sempre una zona oscura, una specie di non detto che emergeva a tratti in movimenti bruschi del corpo e nella variazione della intonazione di voce.

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gabriele ferzetti in a ciascuno il suoDopo essersi diplomato alla Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’amico a Roma ed essersi fatto le ossa con il teatro spaziando tra Shakespeare, Pirandello e Tennessee Williams, ha la sua prima grande occasione recitando il ruolo del professor Franco Vanguzzi, marito tradito da Gina Lollobrigida in una delle migliori regie di Mario Soldati, La Provinciale (1953), su soggetto di Moravia e sceneggiatura di Giorgio Bassani. La sua sobrietà, il suo fascino dimesso ma irresistibile lo fanno immediatamente notare e Steno lo chiamerà per il ruolo del grande seduttore nel censuratissimo Le avventure di Giacomo Casanova (1955). Il salto di qualità avviene con Michelangelo Antonioni che lo coinvolgerà nei film Le amiche (1955) e nel capolavoro L’avventura (1960) regalandogli il ruolo di primattore. Le liti e le incomprensioni con il maestro ferrarese paradossalmente fanno emergere in Ferzetti un aspetto conflittuale e sottilmente cinico che dona ai suoi personaggi un’aura mefistofelica. Sia che interpreti il pittore fallito Lorenzo, sia che indossi i panni dell’architetto Sandro, il comune denominatore è una accidiosa decadenza che porta ad azioni inconcludenti e insensate, spesso autolesionistiche. Ferzetti dietro l’apparente maschera dell’uomo sicuro di sé, fa trasparire un evidente nervosismo, un misto di ansia e depressione che determinano il bipolarismo di tutto il cinema di Antonioni. Altro film che proietta Ferzetti nell’immaginario collettivo cinematografico è la sorprendente opera prima di Florestano Vancini La lunga notte del ’43 (1960), dove impersona Franco Villani, un codardo che finirà per tradire i propri affetti e i propri ideali antifascisti scegliendo la strada della fuga e del silenzio. Dopo la partecipazione a Tre camere a Manhattan (1965) di Marcel Carnè (1965), per Ferzetti avviene la definitiva consacrazione con la parte dell’avvocato Rosello in A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri, dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia. La perfidia e il doppiogiochismo sono gli strumenti del sistema di potere mafioso che si ramifica e prolifera grazie a ricatti e connivenze. Dietro gli occhiali scuri Rosello nasconde una passione incestuosa e un diabolico piano criminale: il travestitismo dietro una facciata di finto perbenismo riesce credibile grazie alla prova di Ferzetti, glaciale e spietato, un vero malavitoso in giacca e cravatta, carnefice dell’ingenuo intellettuale Paolo Laurana (Gian Maria Volontè). Ferzetti è ormai un vero divo quando viene scelto da Sergio Leone per la parte di Morton in C’era Una Volta il West (1968) e l’attore romano ricama perfettamente la malattia fisica e morale su un personaggio che non può che finire la propria vita nel fango, divorato dalla invalidante tubercolosi ossea. La fronte imperlata di sudore, l’andatura zoppa, lo sguardo vitreo si imprimono nella mente dello spettatore con la forza di una recitazione mai sovraesposta, sempre controllata. Per Ferzetti si aprono le porte del jet-set internazionale fino ad ottenere una parte in Agente 007 Al servizio segreto di sua maestà (1969).

gabriele ferzetti, tilda swinton e alba rohrwacher in io sono l'amoreAncora presenze determinanti in film di spessore come Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani e Sette note in nero (1977) di Lucio Fulci dove interpreta la figura inquietante e ambigua di Emilio Rospini che popola gli incubi della bella Jennifer O’Neill. Negli anni 80 e 90 sono più rare le apparizioni e sempre in opere eterogenee spaziando tra il commerciale e lo sperimentale; nel frattempo si intensifica la sua attività per la televisione con la partecipazione ad alcune serie come Pronto Soccorso (1990), Delitti privati (1993) e Un prete fra noi (1997). L’ultima parte della carriera vede Ferzetti partecipare alla fortunata opera prima di Franco Battiato Perdutoamor (2003) e al convincente Io sono l’amore (2009) di Luca Guadagnino dove interpreta, con gli sprazzi della cattiveria di un tempo, il patriarca “viscontiano” Edoardo Recchi.

Se si dovesse scegliere un immagine che possa fermare per sempre il ricordo di Gabriele Ferzetti, si può proporre quella del finale de L’avventura. Sandro piegato in due su una panchina mi sembra possa riassumere il senso di una anima in pena, dispersa, apparentemente senza speranza eppure ancora con una sussulto di dignità. Quel pianto finale non è patetico ma terribilmente nobile e nel viso davvero si può leggere il senso dell’isolamento e dell’estraneità, qualcosa di regale e di smarrito nello stesso tempo. E non è difficile immaginare Gabriele Ferzetti attraversare i suoi cento film con la stessa allegra tristezza dei nobili decaduti, a volte in disparte, a volte sotto i riflettori, a volte mimetizzato proprio come un principe che cammina tra la folla in abiti borghesi.