IN & OUT – OUT: Lei, di Spike Jonze

joaquin phoenix in leiLe vite degli altri. Non c'è più la mano di Charlie Kaufman ma i residui lasciati sul cinema di Spike Jonze sono evidenti. Dopo la bella parentesi di Nel paese delle creature selvaggi, dove la fantasia visionaria riusciva comunque a prendere il sopravvento sulle forme di un cinema cerebrale, con Lei invece il cineasta ritorna a chiudere le sue storie in un set che diventa una gabbia, tra slanci videoclip e preveggenze di un cinema del futuro che vuole avere quasi qualcosa di profeticamente definitivo. E' questa forse la cosa più fastidiosa di Lei. La pretesa di essere il primo a ragionare di un cinema che nel futuro può privarsi di corpi quando Niccol con S1m0ne era andato, lì sì in modo decisamente convincente, 13 anni fa.

La vicenda di Lei sulla carta era bellissima. Un protagonista Theodore, che vive in assenza. Un matrimonio finito, le lettere per altri come lavoro, il sistema operativo Samantha con la voce di Scarlett Johansson, forse l'unico vero elemento seduttivo del film. Le luci e le strade di Los Angeles come elementi stordenti. Essere Joaquin Phoenix. Il corpo che vive parallelo e separato dalla mente.

Ma poi Jonze distrugge quello che crea. Nella chiusura di un cinema infelice che poteva essere quella di un attore infelice (ma il documentario di Casey Affleck, I'm Still Here, aveva già detto molto e molto di più), trasforma il dolore e il sentimento in qualcosa di artificiale. Resta la scrittura sempre più spoglia nei rapporti tra Theodore e Samantha. Il melò è un altro dei suoi disegni teorici. La dimensione fantastica del futuro confinata dentro luoghi che ritornano (l'appartamento, l'ascensore). E presto il giocattolo fa vedere il suo meccanismo, i fili elettrici che lo alimentano. Doveva essere il suo The Truman Show?

joaquin phoenix in leiPhoenix prova la sfida impossibile a recitare col nulla davanti anche se Jonze questo non lo sa. Come in performance capture, aspira quasi a una smaterializzazione mantenendo la sua riconoscibilità. E se lo si estrae dal 'mondo perfetto' che gli è stato creato attorno, ci riesce quasi. Ma il cineasta forse se ne accorge e crea il suo colpo a sorpresa che è invece la sua caduta più rovinosa con la materializzazione fisica della voce senza volto/senza corpo. Jonze così torna ad interagire nei meccanismi che gli sono più congeniali, quelli di un progressivo raffreddamento emotivo di un film che, malgrado le sue intenzioni, non si surriscalda mai. Ma non è neanche più freddo della morte. E né sa muoversi nelle zone bizzarre ma anche magiche di Gondry, prima contaminato e poi liberato da Kaufman.

Un cinema che resta lì, nel suo limbo, quasi compiaciuto di mostrare l'atto della creazione. La velocità 2.0 con la lentezza della malinconia del passato. Ma i Wachowski di Cloud Atlas, nel loro eccessivo, hanno trascinato dentro un fiume spazio temporale che Lei non sa neanche immaginarsi. Gli opposti su cui balla il cinema di Jonze è il binomio alienazione/immedesimazione. Poi però si resta lì sempre su una linea retta, di un elettrocardiogramma dove non c'è più un battito. Vuole essere il futuro, ma forse è un cinema già morto. Anzi, non morto. Ma un po' paracul-chic.

 

3 commenti

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    Non condivido: critiche superficiali. Il film non e perfetto ma é un buon film!

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    Si, è vero. E' strano che nella stessa rivista possano convivere una recensione positiva così ricca e profonda e una negativa piena di pregiudizi e capace di dire solo una banalità dietro l'altra

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    il film ha due o tre grosse cadute, e attribuisce al sistema operativo molta più umanità di quanto fosse necessario (vedi scena orgasmo, semplicemente assurda), tuttavia è girato in maniera impeccabile, l'ambientazione appena appena futuribile è splendida, la riflessione sul nostro incombente solipsismo digitale è raffinata e Phoenix, lasciatemelo dire, è IMMENSO !
    lasciamo stare i paragoni con i Wachowsky per piacere, che hanno trasformato la fantascienza in pornografia