La donna del tenente francese, di Karel Reisz

Il soggetto amoroso è colto dall’idea di essere o di diventare pazzo.

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Roland Barthes da Frammenti di un discorso amoroso, 1977

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Con il film di Reisz, autore sul quale varrà la pena di tornare brevemente, il cinema affronta, ancora una volta un tema caro alla narrazione che si situa in quella intermedia posizione tra l’amour fou e il melodramma di impianto classico. Al centro, quindi, la passione amorosa che diventa forma idealizzata d’amore e sembra stabilire per il protagonista piuttosto un contatto con un esclusivo ed esasperato solipsismo nel quale l’immagine dell’altro diventa proiezione del desiderio che conduce ad una inguaribile assenza di comunicazione e ad un irrimediabile isolamento che diventa malattia. Si iscrivono all’elenco opere che hanno affrontato egregiamente e con sfumature differenti il tema, e quindi non solo il romanzo di John Fowles dal quale il film di Reisz è tratto – che, anzi, forse così egregio, in fondo, non è – ma soprattutto Adele H e La camera verde di Francois Truffaut, Lettera da una sconosciuta di Max Ophuls, Madame Bovary di Gustave Flaubert e Lolita di Vladimir Nabokov, opere in cui la passione amorosa sembra addirittura prescindere dall’altro finendo per appagare solo un proprio desiderio d’amore di pura essenza narcisistica. Perfettamente adatto a questo impianto è il romanzo La donna del tenente francese (1969), grande successo commerciale, dal quale Harold Pinter ha tratto la sceneggiatura. Karel Reisz, regista cecoslovacco naturalizzato inglese, è stato uno degli autori di punta del free cinema, in cui la libertà e quindi l’indipendenza produttiva, si accompagnavano ad una originaria rivolta contro le regole sociali, scritte e non scritte. Sin dall’esordio con il mediometraggio Mom don’t allow e poi con Morgan matto da legare, film simbolo di un’epoca intera, ha segnato un tratto deciso nella storia del cinema e questo suo terz’ultimo lavoro, costituisce un ulteriore segno di una genialità naturale e di un dominio del mezzo non così comune.
L’idealizzazione di un tenente francese che nessuno ha mai visto, porta Sara ad aspettarlo da anni sulle scogliere inglesi. Da quelle parti lavora il paleontologo Charlie, benestante, darwiniano e anticipatore della modernità scientifica, che pur già promesso alla ricca Ernestine si innamora perdutamente della misteriosa Sara sin dal primo sguardo. Il loro primo incontro prelude alla salvezza, quando sul lungo pontile di Lyme Charlie sfida la tempesta per salvare la donna che in effetti non vuole essere salvata. Ma questo è anche il film che Anna e Mike stanno girando. Nella vita reale i due attori, così come i personaggi che interpretano, sono clandestinamente innamorati. Nell’arte che imita la vita o, come diceva Wilde, nella vita che imita l’arte, le due vicende parallele questa volta avranno due esiti opposti.
Il fascino dell’opera nella sua complessità – compresa la geniale doppia trasposizione di Pinter e il postmodernismo anticipato nelle pagine di Fowles – si avverte sin da subito e il mistero che dà l’avvio alla vicenda, benché presto svelato, resta come una costante scintilla sempre accesa, anima vitale della vicenda.
La donna del tenente francese, nella forma in cui Reisz l’ha messo in scena, è un racconto che centra la sua attenzione sul compiersi del desiderio d’amore, sulla trasformazione della coscienza dei personaggi. Piuttosto che lo sviluppo della storia d’amore tra anime in pena finisce con il diventare un saggio teorico sull’incontro d’amore, ma pieno di emozionanti venature, diventa scandaglio delle coscienze, ma anche sintomo di un sensibile mutamento sociale, compresa l’interpretazione psicoanalitica dei comportamenti. Reisz a tratti sembra insistere su questo profilo come quando, nella scena del bosco, sembra mimare una seduta psicoanalitica posizionando i suoi attori secondo le regole della terapia, svelandone i contorni con un flessuoso movimento di macchina. Dunque non è solo Darwin ad affacciarsi con le sue ardite teorie evoluzionistiche, ma anche l’indagine della coscienza, la rivoluzione industriale che offre un benessere inatteso, ma acuisce le frizioni sociali che si manifestano là dove i rapporti di classe sembravano consolidati (il duro battibecco tra Charlie e il suo domestico). In questo scenario di segni del mutamento, qui solo contorno della vicenda, è, ancora una volta, il personaggio femminile di Sara – affidato ad una quanto mai luminosa Meryl Streep che conserva la stessa luce nella interpretazione della più moderna Anna (l’attrice) – a dettare i termini di una vera rivolta sociale. È Sara a sfidare le maldicenze e le offese esplicite, l’essere chiamata la puttana del tenente francese non la fa recedere dalla sua ricerca, non cambia la direzione dalla sua ideale forma amorosa. Charlie, il sempre inquieto Jeremy Irons, dal canto suo elabora i sentimenti e nel delirio amoroso perde la sua pace. La forma consueta del melodramma si riversa, in forma più razionale e raffreddata, nella contemporaneità, tra Anna e Mike entrambi legati ai propri legittimi coniugi e consapevoli della impossibilità di portare a compimento la loro evanescente storia d’amore.
Reisz coglie il senso del racconto – nel romanzo il narratore interviene in prima persona, come silente testimone – traducendolo nell’incastro di un impianto narrativo in cui la combinazione tra passato e presente restituisce il senso dell’eterno desiderio. Il lavoro di Reisz non è la ricomposizione del passato che ritorna al presente, in quella sorta di riviviscenza dell’eterno ritorno che possa ricordare Sils Maria. Il lavoro di Reisz e di Pinter è, se si vuole, più grezzo, più primitivo e al contempo più originale perché utilizza esplicitamente il cinematutta la vicenda nasce attorno ad un film che si sta girando che è proprio La donna del tenente francese – che diventa il diaframma, vero e proprio dispositivo, che mette in collegamento il passato con il presente, le vicende (false) dei personaggi con quelle (vere) degli attori. O viceversa, in fondo non siamo spettatori onniscienti e non sappiamo quale sia la vicenda vera e quella falsa perché frutto di fantasia. È il cinema, mezzo della falsità per eccellenza, che si fa ancora una volta conduttore di una reificazione dei sentimenti e delle vicende, attualizzando, nella sua messa in scena, una verità assoluta e senza tempo.
Le due vicende, quella del film e quella degli attori del film, si muovono entrambi nello stesso spazio ideale e non appartengono, quindi, a due tempi differenti, ma allo stesso tempo e alla stessa messa in scena. Il racconto, con il cinema, diventa una contingenza del reale, trasformando l’irreale in figurazione della realtà e noi spettatori protagonisti dei frammenti amorosi di questi personaggi che diventano eterni.

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Titolo originale: The French Lieutenant’s Woman
Regia: Karel Reisz
Interpreti: Meryl Streep, Jeremy Irons, Hilton McRea, Emily Morgan,Charlotte Mitchell
Origine: Gran Bretagna, 1981
Genere: Drammatico
Durata: 127’