La douleur, di Emmanuel Finkiel

Il corpo, di fronte all’agonia del dolore, perde i connotati e disabilita i sensori, proiettato in un’analisi eterea, distaccata e disincantata sull’insignificante. Un tormento da cui l’esonero, accertata l’assuefazione, l’irrimediabile, è una destinazione obbligata, con il rischio annesso di impazzire compreso nel pacchetto, e le ombre e gli enigmi il prezzo da pagare per il sollievo.

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Marguerite Duras nello scrivere La Douleur raccontava la propria vita, l’incubo della deportazione per suo marito Robert Antelme, uno tra i tanti prigionieri politici prima torturati e poi condotti nei campi di sterminio, che all’epoca in realtà erano soltanto gli odiati campi di lavoro, in assenza di prove, e generalmente anche di sospetti, sull’orrore che avveniva all’interno. Cionondimeno l’incertezza sul loro destino era la medesima, e tantomeno risultavano rassicuranti le poche informazioni disponibili. La Francia collaborazionista di Vichy, che nel film prende le sembianze di Rabier (Benoît Magimel), un viscido individuo affiliato alla Gestapo, barattava in uno sbilanciato e spudorato ricatto le notizie, per ottenere delle delazioni utili a smantellare la rete della Resistenza.

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Emmanuel Finkiel, regista e sceneggiatore, utilizza un doppio registro temporale, ellittico, per raccordare due racconti contenuti nel libro della Duras, La Douleur appunto, che dà il titolo alla raccolta, ambientato in un periodo che va dall’Agosto del 1944, dopo la liberazione di Parigi, fino al Giugno del 1945, e Rabier, che narra vicende accadute nell’imminenza dell’arrivo degli Alleati nella capitale francese. Questi differenti momenti segnano un passaggio, visivo e sonoro. Una dimensione esterna esplicita il tentativo di Marguerite (Mélanie Thierry) di ancorarsi alla speranza, tollerando il ribrezzo ed il disappunto di intavolare trattative con il nemico nei luoghi di ritrovo della città, bar e ristoranti affollati, lega il chiasso alla superficialità, all’arroganza, al rifiuto degli occupanti di prendere atto della catastrofe in arrivo, mentre per riflesso nella donna è la manifestazione dello stordimento come anticamera dell’alienazione, prende forma nelle riunioni dei comitati partigiani, dove emerge l’altra figura chiave della storia, Dionys (Benjamin Biolay), amico della coppia ed amante della Duras.

La liberazione del paese fatalmente segna il passo, la mancanza di notizie dal fronte, il ritorno di Robert rimandato di giorno in giorno, il clima di festa diffuso, reso indisponente da un’inclinazione personale al lutto, condannano Marguerite ad un ripiegamento intimo. Le immagini restituiscono allora uno stato febbricitante, diventano malsane, maleodoranti come le stanze chiuse che le accolgono, le parole perdono la loro funzione di scambio dialogico per diventare epiteto, ingiuria, lamento, ed il ricorso al voice over diventa costante. Chi parla sono adesso le frasi stesse del libro, bellissime, profonde, autentiche, ma per quanto l’attrice sia inappuntabile a sfigurare il personaggio ormai preda della demenza ed a comunicare lo smarrimento corporeo, l’impotenza che lo pervade, l’esercizio di lettura diventa ripetitivo, suggerisce una forma astratta di degrado umano che dalle somme altitudini del verso finisce per indebolire anche la più ricercata e studiata inquadratura. La narrazione entra in un campo incognito, nel territorio minato del formalismo.

 

Titolo originale: La Douleur

Regia: Emmanuel Finkiel

Interpreti: Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay

Distribuzione: Valmyn e Wanted

Durata: 126′

Origine: Francia/Belgio/Svizzera, 2017