La Fuga, di Sandra Vannucchi

Silvia, una bambina di undici anni curiosa e vivace, vive in una situazione familiare complessa, segnata dalla depressione cronica della madre e dalle continue incomprensioni e difficoltà di comunicazione con il padre. La malattia della madre rende estremamente fragile il suo rapporto coi genitori, tanto che il suo più grande desiderio, quello di visitare Roma, finisce per restare a lungo inascoltato. Determinata a visitare la città, allora, un giorno decide di scappare e prendere un treno per la capitale. Comincia qui La Fuga del titolo, che la porterà a conoscere una ragazza rom, Emina, con cui stringerà subito una forte amicizia e a scatenare, anche involontariamente, un processo di crescita e trasformazione in se stessa e in tutta la sua famiglia. Dopo aver girato i festival di tutto il mondo negli ultimi due anni, La Fuga ha finalmente trovato una distribuzione ed uscirà nelle sale italiane.

La Fuga è ispirata a quella vera e autobiografica perpetrata dalla regista Sandra Vannucchi (e autrice della sceneggiatura, insieme al produttore Michael King) più o meno alla stessa età scenica di Silvia (Lisa Ruth Andreozzi). Dopo l’apprendistato come assistente alla corte di David Chase (creatore e autore della serie I Soprano) e numerosi cortometraggi, la Vannucchi decide quindi di cambiar formato per raccontare un’esperienza personale che l’ha evidentemente segnata nel profondo. È soprattutto chiaro, fin dall’inizio, che a smuoverla particolarmente sia stata l’opportunità di poter parlare della depressione, malattia che purtroppo ancora oggi è circondata da un alone di superficialità e disinformazione. Lo si legge benissimo nell’estrema delicatezza che l’autrice le riserva, così come chi deve interpretarla, ossia Donatella Finocchiaro, la quale offre una prova ragionata e decisamente rispettosa. La Vannucchi ne fa il tema centrale, mettendola sapientemente in scena in assenza, ne fa il fattore scatenante della fuga per poi metterla da parte (e riprenderla solo sul finale) una volta che questa è cominciata, passando a concentrarsi maggiormente sulla drammatica influenza che esercita sulla figlia.

La Fuga, da questo punto di vista, diventa allora il più classico dei racconti di formazione. Ed è qui che narrativamente mostra le sue più critiche debolezze, ossia quando la componente autobiografica cede alla creatività cinematografica (la “fuga” della piccola Sandra Vannucchi, infatti, nella realtà termina appena mette piede sulla stazione romana, “recuperata” dai parenti avvisati per tempo dai suoi genitori). Pur mancando di un certo ritmo e sfoggiando un’eccessiva ingenuità, però, proprio in questa sorta di what if? su come sarebbe andata se la sua avventura fosse continuata, la Vannucchi realizza il suo contributo più meritevole. A partire dalla scelta di attori non professionisti provenienti dal campo nomadi romano, a sua volta set di alcune scene del film, La Fuga affronta infatti l’attualissimo discorso sull’integrazione culturale avendo il pregio di offrire un focus inusuale nel nostro cinema, sfoggiando un lavoro di ricerca evidentemente attento e realistico.


Girato tra la Toscana e, appunto, Roma, La Fuga mostra nelle sue imperfezioni tecniche tutta la sua natura di film indipendente e low budget, ma trova nel ricongiungimento della protagonista con la sua famiglia una tenera ed onesta innocenza. La Finocchiaro e il marito/padre, Filippo Nigro, sembrano infatti davvero evoluti (insieme alla propria figlia) nel ritrovarla e il ritratto familiare, inquadrato nel suo intricato equilibrio interno tra sensi di colpa dell’essere genitore e spinte emotive ed individuali, finisce con l’assumere una stratificazione di fondo assolutamente non scontata.

 

 

Regia: Sandra Vannucchi
Interpreti: Donatella Finocchiaro, Filippo Nigro, Lisa Andreozzi, Emina Amatovic 
Distribuzione: Lo Scrittoio 
Durata: 80′ 
Origine: Italia, 2017