La programmazione di Fuori Orario dal 21 al 27 febbraio

Ioseliani, Maresco (e Ciprì), Truffaut, Rohmer, Bresson, Garrel. Tutti i protagonisti di Fuori Orario da stanotte a sabato 27

Domenica 21 febbraio dalle 2.45 alle 6.00

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Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Fumarola Giorgini Luciani Melani Turigliatto

presenta

PORTE VICINE DI MONDI ACCANTO (2)

a cura di Fulvio Baglivi

CHANT D’HIVER

(Francia-Georgia, 2015, col., dur., 117’, v.o. sott. it.)

Regia: Otar Iosselliani  

Con: Amiran Amiranashvili, Pierre Etaix, Mathias Jung, Mathieu Amalric, enrico ghezzi.                                                    

In Concorso al Festival di Locarno del 2015. Opera ultima, leggera e beffarda, della commedia umana messa in scena dal grande maestro georgiano, cineasta di cui Fuori Orario ha trasmesso tutta la filmografia e che il Festival di Locarno ha premiato nel 2013 con il Pardo alla carriera.  Un’umanità persa tranquillamente nel caos che la circonda, dove passato, presente e futuro si intrecciano e si fondono in uno scorrere baldanzoso di furberia e crudeltà, guerra, nobiltà, miseria e speranza. Tra gli interpreti vanno segnalati enrico ghezzi nel ruolo di un barone decaduto e Pierre Etaix.

IL VENTO DEL CINEMA: OTAR IOSELIANI                      

(Id., Italia 2001, v.o.sott.it.)

Di: Franco Maresco

A Lipari, durante Il vento del cinema, il Festival di cinema e filosofia ideato e diretto da enrico ghezzi, Franco Maresco ha girato poco meno di dieci ore incontrando i diversi ospiti della manifestazione. Qui Franco dialoga con Otar Ioseliani.

BLOB CINICO TV
(Italia, 1992, b/n)
Regia: Daniele Ciprì, Franco Maresco
Il bianco e nero contrastato, l’umanità mostruosa, i rutti e i peti mandati in prime time
scompaginarono le certezze dell’intellighenzia e sconvolsero la visione sonnolenta del pubblico.
A distanza di quasi trenta anni il mondo del ciclista Francesco Tirone, del petomane Giuseppe
Paviglianiti, del cantante fallito Giovanni Lo Giudice, delle ‘schifezze umane’ Carlo e Pietro
Giordano, dell’afasico uomo in mutande Miranda, dell’occhialuto Giuseppe Filangeri resta una delle vette critiche ed estetiche mai immaginate in Italia, che chiudono e rilanciano un secolo di cinema.
“Non urlo o risata fragorosa: urli muti, subito troncati, senza eco, e risate a freddo. Comicità minima e iperbolica.”

 

Venerdì 26 febbraio dalle 1.10 alle 6.00

CORRISPONDENZE

LA FISICA DELL’AMORE TRA CINEMA E ROMANZO (1)

a cura Lorenzo Esposito e Roberto Turigliatto 

JULES ET JIM     PRIMA VISIONE TV DELLA VERSIONE RESTAURATA

(Francia, 1962, b/n, dur., 101‘46“, v.o. sottotitoli italiani)

Regia: François Truffaut

Sceneggiatura. François Truffaut, Jean Gruault, dal romanzo di Henri-Pierre Roché

Fotografia: Raoul Coutard

Musica:.Georges Delerue

Con: Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre, Marie Dubois

Truffaut ha tratto il film dal romanzo di Roché, rifiutandone l’adattamento attraverso il procedimento delle „scene equivalenti“, che aveva denunciato nel celebre „Une certaine tendance du cinéma français“ (1954). Di qui le voci off che leggono diversi passaggi del romanzo conservandone la „letterarietà“  nella stessa materia del cinema.    La storia di due amici che amano la stessa donna, e della donna che ama tutti e due e che vuole disporre liberamente dei propri amori, lungo un corso temporale di vent‘anni (dalla Montaparnasse del  1907 dell’inizio al Quartiere Latino della fine) è sicuramente uno dei più bei romanzi d’amore mai scritti (e, come è stato detto, „di molte specie di amore“).  Roché lo pubblicò nel 1953, quando l’autore  era „un adolescente di sessantaquattro anni“. Nel triangolo amoroso si riconoscono l’autore stesso, Franz Hessel, (grande amico di Walter Benjamin) e Helen Grund (allieva di Käthe Kollowitz), e dietro di loro anche Marcel Duchamp in una serie intricata di corrispondenze tra la vita vissuta e il romanzo. D’altra parte Truffaut adorava Partita a quattro (Design for Living) di Lubitsch, il regista che definiva un „principe“, e confessava di vedere il film anche tre volte alla settimana.

I tre amici-amanti si incontrano, si amano, si perdono, si allontanano, per poi ritrovarsi un’ultima volta. Sarà Catherine a decidere inaspettatamente la fine di una  storia segnata dal passaggio del tempo, dalle separazioni, dalle lettere, dalla guerra. Tredici riproduzioni di quadri di Picasso sono disposte da Truffaut lungo l’arco del film, a scandire il passaggio temporale, la musica di Georges Delerue è parte integrante di questa costruzione. E tuttavia sembra davvero di sentire nel film un tempo in sospensione, un  eterno presente, la presenza gioiosa dell’istante.

Prima di iniziare il film Truffaut lo presentò in questo modo:  “Jules et Jim è un inno alla vita e alla morte, una dimostrazione attraverso la gioia e la tristezza dell’impossibilità di qualsiasi unione amorosa al di fuori della coppia”. Ma prima, nel 1956, nella sua famosa critica di Fratelli messicani (The Naked Dawn) di Edgar G. Ulmer , un’altra storia  in cui i due personaggi maschili sono innamorati della stessa donna,  aveva scritto: “L’essenziale del film risiede soprattutto nei rapporti dei tre personaggi tra loro, di una ambiguità e finezza propriamente romanzesche. Uno dei più bei romanzi che io conosca è  Jules et Jim di Henri-Pierre Roché, che ci mostra – lungo tutta una vita – due amici e la loro comune compagna amarsi di un amore tenero e senza urti, grazie a una morale estetica e nuova di continuo riconsiderata. The Naked Dawn è il primo film che mi fa pensare che un Jules et Jim cinematografico sia possibile”

LA JALOUSIE                   PRIMA VISIONE TV

(Francia, 2013, b/n., dur., 72’50’, v.o. sott.it)

Regia: Philippe Garrel

Con: Louis Garrel, Anna Mouglalis, Esther Garrel, Olga Milshtein, Rebecca Convenant

Louis è un trentenne, attore di teatro di povere condizioni, che lascia la moglie Esther e la piccola figlia Charlotte per vivere con la sua nuova compagna Claudia in un piccolo appartamento ammobiliato.   Un tempo Claudia era un’attrice promettente, ma da anni non riesce a ottenere una parte. Louis ricorre inutilmente alle sue conoscenze per cercare di farla scritturare. Louis continua a frequentare la figlia, con cui ha un rapporto di tenera complicità che coinvolge la nuova compoagna.  Inesorabilmente  l’amore tra Louis e Claudia  diventa impossibile,   Claudia ormai non sopporta più la convivenza nell’appartamento, finisce per tradire il compagno e lasciarlo…

“Il film racconta la relazione che mio padre (Louis Garrel) ebbe con una donna quando io ero bambino e l’impegno di farmi crescere gravava sulle spalle di mia madre. Ammirando l’amante ho fatto inconsciamente ingelosire la mia madre esemplare. Ecco l’origine di questo film contemporaneo: mio figlio Louis che interpreta mio padre quando quest’ultimo aveva trent’anni” (Philippe Garrel)

Garrel è uno degli autori più amati da Fuori Orario, fin da quando J’entend plus la guitare, da poco presentato a Venezia, fu subito conosciuto dagli spettatori televisivi grazie a enrico ghezzi. Con piccoli tocchi e variazioni sui temi dell’impossibilità dell’amore, della fragilità dei rapporti, delle alte solitudini,  Garrel ha raggiunto negli anni la decantazione più pura e assoluta  della sua arte di travestire l’intima autobiografia con i suoi fantasmi perenni, l’incommensurabile densità e  semplicità del cinema delle origini . Primo film di una trilogia amorosa di cui  fanno parte  i due film successivi: L’ombre des femmes e L’amant d’un jour.

QUATTRO NOTTI DI UN SOGNATORE

(Quatre nuits d’un rêveur, Francia, Italia, 1971, col, dur., 76’)

Regia: Robert Bresson

Con: Isabelle Weingarten, Guillaume des Forêts

Da “Le notti bianche” di Fjodor Dostoevski. Jacques, un giovane pittore che conduce una vita solitaria, mentre passeggia di notte  lungo la Senna vede una ragazza, Marthe, che sta tentando il suicidio buttandosi dal Pont Neuf. La salva e la notte successiva la incontra di nuovo nello stesso luogo, lei gli confida che da un anno aspetta che l’uomo di cui è innamorata ritorni da lei, dopo che si erano separati per un annoi. Jacques le dà appuntamento sul ponte per le tre notti seguenti, nella speranza che Marthe possa dimenticare il suo amante e possa ricambiare i sentimenti che stanno nascendo in lui.

“Perché Dostoevski? Perché è il più grande. Non mi sarei permesso di toccare I demoni o I fratelli Karamazov o L’idiota. I mie sforzi vanno sempre versi la vita interiore. Dostoevski è uno scrittore dell’interiorità. Scopre senza fornire spiegazioni. Il problema, con gli scrittori psicologici, è che spiegano ciò che scoprono. Mi hanno spesso rimproverato di non dare spiegazioni. Ma forse nella vita si spiegano le cose?” (Robert Bresson)

 

Sabato 27 febbraio dalle 1.10 alle 6.30

CORRISPONDENZE: LA FISICA DELL’AMORE TRA CINEMA E ROMANZO (2) 

a cura di Lorenzo Esposito e Roberto Turigliatto

LE DUE INGLESI

(Les Deux Anglaises et le Continent, Francia, 1971, col., 126’ 25’’ v.o. sott. it.)

Regia: François Truffaut

Con: Jean-Pierre Léaud, Kika Markham, Stacey Tenderer, Sylvia Marriott, Marie Mansart, Philippe Léotard, Irène Tunc, Georges Delerue

Parigi. Primavera 1899. Il giovane Claude Roc conosce Ann, una scultrice figlia di un’amica inglese della madre, in viaggio a Parigi per perfezionarsi nella sua arte. I due ragazzi si piacciono e fanno amicizia, tanto che Ann invita Claude ad andare ospite a casa sua, nel Galles, dove potrà conoscere la sorella più piccola, Muriel. Anne è convinta che tra i due ragazzi scoppierà l’amore ed è così: Claude s’innamora di Muriel. Claude e Muriel decidono di sposarsi, ma la madre di Claude ha dei dubbi e alla fine si giunge ad un compromesso: Claude e Muriel dovranno separarsi per un anno, senza mai incontrarsi né inviarsi lettere. Se alla fine dell’anno vorranno ancora sposarsi, nessuno potrà più opporsi. Tornato a Parigi Claude si dedica alla carriera e conosce altre donne, così decide di scrivere a Muriel una lettera di separazione che getta la ragazza in una profonda depressione. Tempo dopo, per caso, Claude incontra Ann a Parigi. Ora che non c’è più Muriel, i due amici possono finalmente diventare amanti. Ann tuttavia, nonostante la tenerezza che ha per Claude, sceglie un altro uomo e parte. A questo punto Claude si riavvicina a Muriel, ma il rapporto si interrompe subito quando Ann racconta alla sorella che lei e Claude sono stati amanti. Stavolta la disperazione coglie Claude. Dopo poco Ann si ammala e muore. Claude e Muriel a quel punto si amano dolorosamente, sancendo la loro definitiva separazione.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di Henri-Pierre Roché, lo scrittore da cui Truffaut aveva già portato sullo schermo Jules et Jim. Il percorso comune interno ai due film, che segnano due momenti cruciali della filmografia del cineasta francese, è accresciuto dalla valenza autobiografica che Truffaut stesso attribuiva al suo rapporto con Roché e soprattutto a Le due inglesi, legato ad alcuni momenti difficili della sua vita e a lungo ritenuto inadattabile. Proprio la decisione di girare infine Le due inglesi aiutò Truffaut a superare un crollo nervoso. “Desideravo fare un film più carnale di Jules et Jim, un film che non mostrasse l’amore fisico, ma che fosse un film fisico sull’amore” (…) Ho comunque l’impressione di aver imparato, girandolo, molte cose sulla vita, sull’amore, sulla violenza dei sentimenti e sulla crudeltà delle ferite che si possono infliggere senza volere alle persone che si amano” (F. Truffaut, Il piacere degli occhi).

GLI AMORI DI ASTREA E CÉLADON              

Les amours d’Astrée et de Céladon, Francia, Italia, 2007, 104’55”, v.o. sottotitoli italiani)

Regia: Eric Rohmer

Con: Andy Gillet, Stéphanie Crayencour, Cécile Cassel, Véronique Reymond

Opera maggiore della letteratura francese del XVII secolo (pubblicata a partire dal 1607), Les amours d’Astrée et Céladon di Honoré d’Urfé è un romanzo pastorale conosciuto anche come “Il Romanzo dei Romanzi” sia per la sua estrema lunghezza sia per il grande successo che ottenne in tutta Europa. L’azione si svolge nel V secolo, nella Gallia ai tempi dei Druidi, al di fuori della civiltà romana. .Céladon è il figlio di una famiglia di piccola nobiltà  che si traveste da pastore per amare  la pastorella Astrée. Per un equivoco Astrée crede di essere stata tradita e ripudia Céladon che, disperato, si getta in un fiume ma viene salvato dalle ninfe della dea Galatea che lo accoglie nel suo regno a patto che non si faccia rivedere da Astreda.  I due innamorati dovranno attraversare molte prove prima di potersi riunire.

Rohmer nel suo ultimo film, che è anche una sorta di summa di tutto il suo cinema, ne fa l’adattamento ambientandolo in un contesto contemporaneo al romanzo: come nel XVII secolo si poteva immaginare una civiltà pastorale “gallica” che si fosse tramandata fino a quel momento. La sensualità della parola, dei corpi e del paesaggio risplendono in un’opera maggiore del suo autore, a torto sottovalutata.

“Se ho avuto voglia di adattare questo testo è perché naturalmente vi ho trovato numerosi motivi dei miei film precedenti. Per esempio il motivo centrale della fedeltà. Il tema è quasi una costante in Ma nuit chez Maud , Conte d’hiver,  La collectionneuse, ma anche in  Les nuits de la pleine lune. La mia unica opera teatrale, Le trio en mi bémol, è costruito su una suspense analoga a quella de L’Astrée.  Vi si trova un personaggio che si ostina, in maniera altrettanto folle di Céladon, a non pronunciare la parola che da sola provocherebbe in risposta la frase che lui aspetta dalla sua amica. Perché questa frase deve venire solo da lei.” (Eric Rohmer)

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7


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