La tragedia di un uomo ridicolo, di Bernardo Bertolucci

“Faccio film non per esprimere pensieri ma per pensare”. Così un giovane Bertolucci risponde a due altrettanto giovani critici a proposito del cinema. Un cinema, quello del regista e poeta parmense, che ha saputo varcare i confini, attraversare i secoli, creare collisioni sociali e interrogarsi; su sé stesso e sulle modalità di rappresentare la realtà, provando di volta in volta a inventare un linguaggio. Anche La tragedia di un uomo ridicolo non è forse un tentativo di coniugare questa premessa teorica con un discorso sull’ambiguità volto a suscitare opinioni possibili e, perché no, discordanti? Di dissonanze all’interno del film se ne avvertono molte.

A cominciare dal titolo fortemente pirandelliano che vorrebbe mettere in scena l’assurdità della vita, le sue contraddizioni, alcune delle quali sfuggono alla nostra comprensione – ma è davvero poi tanto necessario comprenderle? Come il rapimento di Giovanni, figlio del proprietario di un caseificio, motivo scatenante di tutta la storia. In effetti potrebbe benissimo sembrare il classico film di impegno politico e sociale: abbiamo le lettere spedite dal figlio, le indagini della polizia che mette sotto controllo la casa, le notizie che il padre apprende dagli amici di Giovanni (Victor Cavallo e una Laura Morante agli esordi). Eppure gli indizi si fanno via via più confusionari, allucinatori, quasi mistici: a un certo punto i personaggi si chiederanno se il figlio è morto oppure vivo e ci si aggrapperà alle parole di una chiromante. No, gli echi di un terrorismo che senza intervalli rimbombavano in Italia – il film esce nel 1981 – non rappresentano la materia da plasmare. Ci siamotragedia di un uomo ridicolo_morante sbagliati. Torniamo allora all’incipit: il film si apre con il padre, un Ugo Tognazzi in alto stato attoriale, che assiste con un binocolo al tragico evento; la storia viene insomma narrata dal suo punto di vista. Attraverso incursioni della voice off di Primo, questo il nome del protagonista, lo sguardo si sposta alla prima persona come a voler stabilire una connessione più immediata con l’oggetto/soggetto osservato, il figlio: Bertolucci sembrerebbe interessato a indagare il conflitto generazionale, i motivi per cui ad esempio nelle lettere che Giovanni invia ai genitori egli si rivolga solo alla madre (“Un forte abbraccio anche a papà. No, questo non c’è scritto, l’ho aggiunto io”, commenta Tognazzi).

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In realtà andando avanti, del figlio si intuisce a malapena qualcosa: intravediamo una parete con molte foto appese a casa dell’amico, un suo ritratto (che ci sia un rapporto intimo tra i due?). Linee e forme che soltanto alla fine troveranno una loro fugace consistenza. Bertolucci, con toni ed esiti grotteschi, si concentra unicamente sulla figura paterna, sulle ragioni sociali (quelle di una borghesia da lui spesso descritta) che hanno dirottato Primo a investire il suo patrimonio economico e affettivo sul caseificio. È questo il vero figlio da proteggere e salvare, per il quale mettere in atto un piano che inevitabilmente sarà fallimentare. Ed è per questo che il padre assapora il prosciutto appena affettato, frutto del sacrificio e del lavoro, mentre la moglie (Anouk Arnée) lo assaggia e lo getta disgustata dalla finestra. Divergenze che oggi emergono a fatica dal film, e che richiedono uno sforzo non comune da parte dello spettatore. Sì La tragedia è un’opera a tratti distante, frammentaria, incompleta. Bertolucci si diverte, ci sfida a risolvere l’enigma e vince la partita.

Regia: Bernardo Bertolucci

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Interpreti: Ugo Tognazzi, Vittorio Caprioli, Anouk Aimée, Victor Cavallo, Laura Morante
Durata: 120’
Origine: Italia 1981

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Venerdì 15 settembre, ore 08:15, Rai Movie