LACENO D’ORO 2018 – Incontro con Aleksey German jr

Dovlatov, un film che non volevamo finisse mai più“. Le parole di Aldo Spiniello, che introducono la Masterclass del regista russo Aleksey German jr – presente al Laceno d’Oro per ricevere il Premio alla carriera – non si perdono nella traduzione. Anche se il dialogo si svolge con una pausa sottile tra l’italiano e il russo, il cinema di German jr diventa linguaggio universale. Un cinema che sembra di non avere né inizio né fine, che parla della Storia non come un cerchio chiuso, un’idea assoluta o il registro di un passato fermo, ma come la decostruzione di un momento che raggiunge un’altra vita, un’altra forma, un nuovo linguaggio nel presente.

Dopo Under electric clouds – dove la Storia si racconta dal futuro, come se fosse già successo ma sempre sotto una prospettiva distopica – questa volta il regista segue la vita dello scrittore russo Sergei Dovlatov e i suoi tentativi di costruire, attraverso la scrittura, un’idea di mondo che perdurasse nel tempo. Oggi è il proprio German jr a parlare sulla sua percezione di mondo, di tempo e di cinema, legato sempre al lavoro di suo padre, il regista Aleksey Jurevič German. Una dimensione che anche essendo classica nella sua sostanza si allontana dalla strada del buono e cattivo, dell’indottrinamento, della volontà di guidare la morale dello spettatore, e cerca di lasciarlo respirare, mentre regala la possibilità – secondo le parole dell’autore – “di vivere la vita degli altri“.

Per parlare della figura di Dovlatov e il contesto sociale, politico e letterario della Russia degli anni 70, dice German jr, bisogna innanzitutto fare una distinzione: “La cultura russa, per i russi e per gli stranieri, significano due cose diverse. C’è un punto d vista, un modo di pensare che unisce tutti gli artisti. Loro semplicemente volevano avere una voce, un modo di creare tutto proprio. Avere una posizione indipendente era la forza che li spingeva fuori dal contesto sociale dell’epoca. Dovlatov voleva anche fare, scrivere. È una figura piena di contraddizioni, una sola moglie e tante amanti, fisicamente una persona molto forte ma che non era capace di difendersi,  tutto questo l’ho trovato ispirante. Poi, lui assomigliava molto a mio padre, anche le opere di mio padre venivano vietate, il suo lavoro a volte non era fattibile e lui cercava sempre di trovare un compromesso”.

Una storia privata, intima, su uno sfondo pubblico e condiviso. Allora, come si dovrebbe raccontare la Storia, in un mondo dove il collettivo conta più che l’individuo? Aleksey la pensa così: “Sono d’accordo con questa affermazione. Ci sono tante spiegazioni. Per me la percezione del tempo e il concetto storico è molto importante per raccontare la Russia di oggi. Poi, la verità è che i produttori mi danno soldi per fare film storici, vorrei avere soldi per fare qualcosa di diverso come La dolce vita di Fellini, ma non penso sia possibile. L’ultima storia che ho cercato di fare è su un miliardario russo che possiede una squadra del calcio ma non riesco a trovare il finanziamento, mi sa che mi ritroverò a fare un altro film storico!” E cosa intendere per “film storico”? È una ricostruzione, un’idea di tempo oppure l’interpretazione di una realtà lontana e irraggiungibile? Prima di tutto è un’atmosfera, un momento preciso, esatto di storia, ma sono sicuro che il film storico sia un concetto che non esiste nel senso pulito, perché esiste la storia che è accaduta, quella che immaginiamo e quella che facciamo diventare film. È la ricreazione della Storia, oppure la creazione di un nuovo racconto”.

Sia o no una replica giusta di un passato scomparso, l’ambientazione sembra essere la sostanza di un film storico. Dopo aver ricevuto l’Oso d’argento al miglior contributo artistico alla Berlinale 2018 – per il lavoro di costume e scenografia di Elena Okopnaya in Dovlatov – il regista si riferisce a questo ambito del suo lavoro:  “Abbiamo ricreato il tempo, l’atmosfera, tante cose, nelle case rovinate, abbiamo ricostruito le case, ritrovato tanti oggetti dell’epoca. Ma soprattutto, abbiamo dato tanta importanza alle persone. La gente della Russia di oggi è molto diversa dalla gente della Russia di allora, soprattutto per motivi di immigrazione. Quindi, abbiamo lavorato molto su far vedere le persone come se fossero veramente degli anni 70”. E che altre differenze, politiche, sociali, culturali, ci sono tra la Russia d’allora e quella di oggi?  “È completamente diversa. Nel momento in cui è ambientato il film quasi non c’erano stranieri, oggi si può vedere qualsiasi film, non c’è la censura nel senso sovietico. Certo, ci sono degli argomenti che piacciono o no allo Stato, ma Mosca e San Pietroburgo sono due città abbastanza aperte. La Russia di oggi è più simile al periodo liberale prima della Rivoluzione che agli anni Settanta”.

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“Ci vuole coraggio a mantenersi integri quando non si è nessuno, dice uno dei personaggi del film. È più difficile essere un dio che un uomo? Il regista riflette un attimo e risponde: Non mi piace sottolineare i momenti negativi. La tragedia di oggi o di quel momento lì era molto meno forte di quella che vissero i miei nonni, per esempio. Mi colpisce il fatto che parlando di cinema parliamo sempre di politica. Per me è anche estetica, arte, non è un manifesto ma dichiarazione di affetto, d’amore alla gente che viveva nella stessa città in quel momento”.

Il senso di incompiutezza, di un cinema che non si chiude ma continua a riproporsi e ripiegarsi verso un futuro, dove noi spettatori entriamo ed usciamo liberamente, sembra essere un argomento che circonda il percorso cinematografico di German jr. Per il regista, si tratta semplicemente di non proporre un pensiero chiuso, di non imporre un modo di pensare. “A me non piace il cinema degli ultimi 30 anni perché in qualche modo ti propone di pensare, di comunicare qualcosa in particolare e non la vedo così. Oggi c’è qualcosa di drammatico tra cinema, produttori, festival, che crea questo cinema che si avvicina al telegiornale, dove si parla di argomenti sociali, di manifesti, ecc., lo trovo molto distruttivo. Per me il cinema non è drammaturgia, inizio e fine, è un modo di vedere e vivere la vita degli altri senza pregiudizi. Sembra che per andare a un Festival o avere successo un regista debba fare una sorta di zuppa, prendere un eroe che soffre, la polizia non corretta, il buono e il cattivo, ecc., non mi sembra giusto”. Alla fine, tutto ha a che fare con la fede, con il fatto di credere nel personaggio e la sua storia. “Per questo l’atmosfera è fondamentale, non riesco a creare un dialogo tra due persone senza nessuna ambientazione, per me la verità non è solo per i personaggi ma anche per il mondo intero, è l’unica via possibile”. 

La realtà e la Storia, nella sua condizione sfuggente, sono soltanto raggiungibili attraverso l’invenzione di un linguaggio e il potere della scelta. Questo sembra essere il leit motiv di German jr, un breve riassunto di più di 15 anni di ricerca cinematografica ma soprattutto di un senso di empatia e di umanità. “Bisogna inventare un linguaggio diverso per ogni film, buttarsi in questo universo scuro e ignoto per creare una nuova realtà. Cinque anni fa, se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei fatto un film su Dovlatov, non ci avrei creduto. È stato molto conflittuale, tanti si lamentavano del film, alcuni odiavano che l’atmosfera fosse molto nera, pesante, alcuni odiavano che non fosse abbastanza pesante, alcuni amavano il personaggio, altri non lo amavano. La cosa più importante è la possibilità di scelta. Dare agli spettatori l’opzione di vedere, ascoltare, sottolineare, senza pregiudizi. Per me questo è il problema del cinema europeo. In un modo strano, comincia a somigliare al cinema di propaganda dell’era sovietica!”

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