Le mie poesie non cambieranno il mondo, di Annalena Benini e Francesco Piccolo

Il documentario sulla poetessa Patrizia Cavalli oscilla tra una noiosa prima parte con accademismo da Meridiano Mondadori ed una più incisiva che mette a nudo la decadenza della sua stupenda mente.

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Ma sì che le sue poesie hanno cambiato il mondo, certo. Lo sapeva lei e lo sa chiunque abbia letto i suoi versi e quelli come i suoi, capaci di sovvertire l’ordine di fenomeni ed epifenomeni che continuiamo a conoscere solo attraverso il linguaggio. E sono proprio le parole della “poeta” Patrizia Cavalli, definizione della sua mentore Elsa Morante che rifiutava la desinenza femminile in essa – chissà se oggi questa battaglia sarebbe considerata di retroguardia – ad accompagnare lo spettatore dentro questo inusuale Le mie poesie non cambieranno il mondo, diretto dagli scrittori Francesco Piccolo e Annalena Benini.. Un documentario che se non fosse per l’immancabile e doverosa parte d’archivio sarebbe arduo definire tale perché più attinente ad una conversazione intima, quasi cursoria ma certamente eterodiretta (la formalità di molte domande, la ritualità delle chiacchiere a tavola, il pedinamento fuori la casa di Trastevere) dai due registi mossi da un affetto e da una devozione artistica fin troppo palpabili. Le mie poesie non cambieranno il mondo opera da subito una netta contrapposizione tra i due reading con cui il lungometraggio si apre e le immagini, garbate ma pur sempre dolorosissime, dell’artista di Todi, oramai quasi calva e ancor più minuta, in procinto di dipingersi con finta civetteria le rade soppracciglia. Come un’eco che si dipana nei decenni ecco allora che anche nelle asperità del presente s’avvertono i suoni del passato, in particolare della bellissima seconda lettura/performance in cui con la solita voce carica di terribile indolenza Cavalli così chiosava la fine di una relazione: “Tu te ne vai e mentre te ne vai mi dici: mi dispiace. Pensi così di darmi un po’ di pace, mi prometti un pensiero costante e struggente, quando sei sola e anche tra la gente. Mi dici: amore mio, mi mancherai. Ti avrò sempre presente, avrò il pensiero pieno del tuo niente“.

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Queste suggestioni sono però la cifra esclusiva di una prima parte che sembra subire il peso dell’importanza del soggetto trattato. Come se fossero di fronte al compito di redigere un Meridiano Mondadori cinematografico, Piccolo e Benini a più riprese fanno il periplo dell’accademismo – le letture dei versi più famosi, le richieste biografiche, le sortite di Cavalli nella musica – ma allo stesso tempo espungono qualunque voce esterna, controcanto o semplicemente altro canto che sia. Il documentario sceglie di non intervistare critici letterari, amici/amiche (tranne una, ci torneremo), amanti o collaboratori mettendo al centro della scena soltanto le discussioni avute poco prima della sua morte con una Patrizia Cavalli malata nel corpo ma soprattutto stanca nell’anima, quasi felice di potersi abbandonare con cognizione salutare alla proverbiale pigrizia che l’ha accompagnata per tutta la vita e la produzione poetica. In questo modo allora la continuamente evocata passione delle miriadi di relazioni sbagliate vissute da Cavalli resta sempre un flusso verbale fantasmatico, un residuato mnemonico senza spazio e tempo – chi e quando è stato amato dalla poetessa? Che ne è di questi simboli carnali? – che trova soltanto nella conversazione con Diane Kelder, la professoressa d’arte che le è stata compagna a lungo, l’unico straordinario punto di rottura. Qui l’anziana poetessa per un attimo ritrova la brillantezza intellettuale che l’ha sempre contraddistinta rifiutando di stare al banale gioco dell’intervista doppia e rivendicando la singolarità della sua visione “mitica” che non ha bisogno di essere mitigata/corretta/emendata dalla stupida realtà. Da questa scena in poi Le mie poesie non cambieranno il mondo sembra prendere atto dell’impossibilità di diventare un bignami culturale della produzione poetica di Patrizia Cavalli e accetta serenamente di essere una sbalestrata passeggiata – colpa del lordo selciato di Roma continuamente e giustamente bistrattato? – tra i viali scoloriti della sua passata grandezza. Ci si muove sempre più a fatica, in alcuni casi si perde perfino l’orientamento (la rivendicazione morale della ludopatia) ma è dolcissimo farlo, come nel caso della performance con Diana Tejera in cui Cavalli suona lo xilofono con la tenerezza e l’asincronicità coltissima dei suoi versi migliori.

Regia: Annalena Benini, Francesco Piccolo
Distribuzione: Fandango
Durata: 77′
Origine: Italia, 2023

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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