"Le tre scimmie", di Nuri Bilge Ceylan

letrescimmieLo sguardo del cineasta turco, più che filmare, registra tante microfratture con uno stile composto di inquadrature immobili per il quale certa critica ha scomodato addirittura Antonioni. Forse si è fuori dal coro, ma la sua opera – tranne qualche squarcio visivo in Uzak – sembra invece soltanto il segno di un’autorialità solo esibita che si compiace mentre guarda se stessa. Ma, oltre il fastidio e la noia, non (ci) provoca nessuna reazione. Premio per la miglior regia al 61° festival di Cannes

le tre scimmie

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Quando si parla del cinema del turco Nuri Bilge Ceylan c’è chi ha scomodato addirittura Antonioni. Il suo sguardo infatti tende progressivamente a disgregare le situazioni attraverso uno stile apparentemente impassibile, che utilizza lunghi piani-sequenza dove i personaggi possono essere posti anche in fondo al campo visivo. Il suo punto d’osservazione appare neutro anche in questo suo ultimo film, Le tre scimmie, che mette in primo piano la vicenda di una famiglia composta da marito, moglie e figlio che, a forza di piccoli segreti che sono diventate delle grandi menzogne, riesce faticosamente a restare unita. Il marito, autista di un politico, accetta di andare in prigione al posto del suo principale in cambio di una forte somma di denaro. La moglie avrà una relazione con lui nella quale resta intrappolata. Il figlio sa tutto e soffre in silenzio. Dopo il fotografico Uzak e la stasi portata all’estremo di Il piacere e l’amore, quello di Nuri Bilge Ceylan continua ad essere un cinema ‘fenomenologico’, dove la macchina da presa sta attaccata ai volti come per registrarne anche le reazioni impercettibili o che invece si sofferma sui dettagli visivi e soprattutto sonori (il rumore dell’arrivo del temporale, del telefono che suona) che appaiono sempre come elementi improvvisi di rottura. Lo sguardo del cineasta, più che filmare, registra tante microfratture che poi esplodono anche in gesti più visibile: il figlio che schiaffeggia la madre dopo aver visto l’amante uscire di casa, il marito che comprende progressivamente che ha avuto un amante e diventa violento con lei mentre si trovano a letto. Nel quadro visivo, oltre ai protagonisti, contano anche altri dettagli che compongono formalisticamente quella che si potrebbe definire la ‘bella immagine’ come per esempio nella scena in cui il cielo nuvoloso domina sulle figure. Il dolore diventa quindi quasi un teorema di scrittura (la visione del ragazzino scomparso) così come quegli squarci di voyerismo (la donna che spia l’amante) appaiono come un metodo di messinscena immodificabile. Una parte della critica impazzisce per questo regista. Forse si è fuori dal coro, ma la sua opera – tranne qualche squarcio visivo in Uzak – sembra invece soltanto il segno di un’autorialità solo esibita che si compiace mentre guarda se stessa. Ma, oltre il fastidio e la noia, non (ci) provoca nessuna reazione. 

 

Titolo originale: Üç Maymun

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Regia: Nuri Bilge Ceylan
Interpreti: Yavuz Bingol, Hatice Aslan, Rifat Sungar, Ercan Kesal,

Distribuzione: Bim

Durata: 109’

Origine: Turchia/Francia/Italia, 2008

 

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